Ponti che crollano e banche in crisi, la strada tortuosa della responsabilizzazione

di Marco Liera - 27/09/2018

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Scena 1. Gestisci un ponte con pedaggio. Alcuni tecnici dicono (anche pubblicamente) che è pericolante. Se decidi di chiudere il ponte per ricostruirne uno nuovo: 1) rinunci a ricavi e devi investire; 2) scateni la rivolta di quelli che usano il ponte; 3) nessuno si ricorderà di te per il fatto di avere evitato una strage.

Quindi, decidi di lasciare il ponte aperto, cercando di sopperire alle criticità con della manutenzione che non interrompe il traffico (almeno fintanto che il costo delle manutenzioni non superi il costo di ricostruzione).

Accade poi che il ponte crolli, lasciando morti e feriti. Scoppia il finimondo in politica, sui giornali, in tv, sui social media etc. “Si doveva evitare!” è l’esclamazione più intelligente che si sente fare.

Scena 2. Una banca presta soldi ad imprese e famiglie su un territorio diventato abbastanza ampio per via di acquisizioni “benedette” dall’autorità di vigilanza, e i suoi amministratori – una parte dei quali è ovviamente “indipendente” - vengono regolarmente rassicurati sulle procedure di controllo applicate. E’ vero, i crediti sono ancora concentrati in una specifica area geografica che ha goduto di una crescita impetuosa negli ultimi anni, ma gli imprenditori della zona (quasi tutti molto indebitati) sono ottimisti. E’ vero, qualche giornale rompiscatole ha scritto che alcuni soci sono stati finanziati indirettamente dalla banca per comprare le azioni al fine di mantenere i requisiti patrimoniali, ma il grande capo dell’istituto dice che sono tutte “vergognose speculazioni” per deprimere il valore delle azioni e far comprare la banca a prezzo vile da qualche colosso straniero. Poi accade che l’area in cui sono concentrati i crediti della banca subisce una severa recessione per via della concorrenza indonesiana e vietnamita, e si scopre che effettivamente alcuni soci avevano comprato le azioni con i soldi presi a prestito. Allora l’autorità di controllo diventa improvvisamente molto “aggressiva” e ispeziona l’istituto con una invasività senza precedenti. Risultato: la banca finisce nel giro di pochi mesi in bail-in (salvataggio a spese dei clienti-obbligazionisti e correntisti sopra i 100k) o più probabilmente in bail-out (salvataggio a spese dei contribuenti) perché vari politici, preoccupati della perdita di consenso, dicono che un bail-in sarebbe un’operazione “contro il popolo”.

Sono due casi diversi, ma che hanno in comune: 1) un rischio preso in modo più o meno “controllato” ex-ante; 2) un danno notevole per la collettività ex-post.

Una differenza che può essere notata (soprattutto da vari benpensanti) è che nel primo caso il gestore non deve avere la coscienza totalmente a posto, perché alcuni tecnici avevano detto che che il ponte era pericolante (magari però senza arrivare a raccomandarne la chiusura…), mentre gli amministratori della banca nel secondo caso hanno apparentemente la coscienza a posto perché le operazioni effettuate erano “compliant”. E quindi si può avere l’impressione che i profili di responsabilità siano diversi. In realtà, dire che una banca è “sicura” perché è “compliant” ex-ante sulla base dei controlli interni, non significa che sia poi totalmente sicura ex-post, per via delle notevoli complessità, incertezze e interdipendenze che caratterizzano l’attività bancaria. Lehman Brothers, ad esempio, era una banca “compliant” fino ai primi di settembre del 2008. SocGen era una banca “compliant” prima che si scoprisse che un suo trader – sempre nel 2008 - aveva fatto operazioni non autorizzate per un nozionale di 50 md euro (che hanno causato alla banca una perdita di 4.9 md euro). (1)

In entrambi i casi credo che occorra trovare un modo per ridurne la probabilità futura di accadimento, che in altre parole scoraggi l’assunzione di rischi estremi con conseguenze asimmetriche (gravi per collettività più o meno estese, modesti per chi assume i rischi). Con due premesse: a) a differenza di quello che promettono certi politici, è illusorio attendersi che in futuro non assisteremo mai più a fallimenti di banche e crolli di ponti; b) bisogna tenere conto che nel mondo reale il confine tra ponte pericolante o non pericolante è ex-ante a volte difficile da stabilire con tutte le conseguenze che ne derivano (si veda qui quali fossero le valutazioni sul ponte Morandi di Genova prima del crollo), e il fatto che una banca abbia ottime procedure di controllo e abbia finanche superato positivamente gli “stress test” di vigilanza non assicura al 100% la sua solvibilità su vari orizzonti temporali.

Come è noto a qualcuno, la via suggerita allo scopo da Nassim Taleb nel suo ultimo libro è quella dello "skin in the game" (o SITG): rendere le espiazioni ex-post incisive e sufficientemente rapide per chi gestisce ponti che poi crollano o banche che finiscono in default (o per chi comunque causa danni al pubblico risparmio). Il timore di incorrere con certezza in significative conseguenze patrimoniali secondo Taleb è il deterrente che spingerebbe i gestori dei ponti non totalmente sicuri a chiuderli e a ricostruirli infischiandosene della rivolta degli automobilisti, dei ricavi mancati, degli investimenti da sostenere e dell’assenza di ringraziamenti per aver evitato una strage, e gli amministratori di una banca a non accontentarsi del rispetto delle procedure interne, e di sindacare ossessivamente l’efficacia dei controlli, anche valorizzando le segnalazioni degli eventuali whistleblowers. (2)

Come applicare il principio dello skin in the game? Quali sarebbero le conseguenze?

Innanzi tutto occorre osservare che mentre i danneggiamenti di cui sopra sono certi e spesso imponenti, attribuirne la responsabilità a persone precise è spesso incerto è complicato per la tendenza diffusa alla compartecipazione di più soggetti (periti, tecnici, revisori, certificatori, amministratori, sindaci, e ovviamente autorità di controllo) ai processi decisionali. Condivisione equivale in ultima analisi a deresponsabilizzazione. E la proliferazione della compliance, delle procedure di controllo e degli obblighi di trasparenza ex ante, lungi dal tutelare effettivamente la collettività, gli utenti e i clienti, è servita soprattutto a proteggere chi gestisce servizi pubblici e finanziari anche in Paesi in cui tradizionalmente si era puntato al deterrente delle penalità ex-post (si veda qui cosa sta succedendo negli USA). Il mondo reale di oggi è banalmente molto più complesso di quello dell’epoca di Hammurabi, il cui codice pluricitato da Taleb sanciva tra le altre cose che “se un architetto costruisce una casa che poi crolla uccidendo il primogenito del signore, il primogenito dell’architetto sarà messo a morte” (3). All’epoca di Hammurabi non c’erano i decreti attuativi, le circolari interpretative, e certi avvocati ben pagati di oggi che sono abilissimi nel depotenziare le regole (anche perché magari hanno contribuito a scriverle...).

In una rapina al supermercato, il legame tra delitto è colpevole è abbastanza semplice da stabilire (basta vedere cosa hanno ripreso le telecamere). Casomai il problema è quello di dare un nome al rapinatore, se era a volto coperto. Quando una banca fallisce o un ponte crolla, stabilire responsabilità precise a partire dai rispettivi amministratori è un processo lungo e complicato, molto esposto al gioco di abili (e quindi ben pagati) avvocati.

Comunque, ogni tentativo di rendere le concessioni e i diritti di sfruttamento automaticamente revocabili in caso di disastro (da stabilire con una casistica ad hoc) e di ottenere risarcimenti adeguati dagli amministratori e altri responsabili dei soggetti che sollecitano il pubblico risparmio tramite procedure giudiziarie accelerate andrebbe nella direzione di aumentare lo skin in-the-game.

Andrebbe in questo senso anche l’introduzione di obblighi di trasparenza sui massimali e sulle condizioni delle polizze assicurative (D&O, Directors & Officers) di cui dispongono (o meglio, dovrebbero disporre) amministratori e top managers a copertura di comportamenti colposi.

Per quanto riguarda i comportamenti dolosi, e tutto ciò che non è espressamente coperto da assicurazioni, la fonte di risarcimento è tipicamente rappresentata dai patrimoni dei soggetti che hanno contributo alla gestione ex-ante dei rischi (4). La tendenza attuale però sembra quella di “premiare” moralmente la capacità di amministratori e sindaci di rendere tempestivamente inaggredibili i patrimoni personali, con trust, fondi patrimoniali, polizze Vita, donazioni etc. Una tendenza che è chiaramente la negazione dello “skin-in-the-game”. Nell’ambito della raccolta del risparmio, questi “spossessamenti preventivi”, se fossero conosciuti per tempo, avrebbe un notevole valore segnaletico (5). Credo che per gli investitori in IPO, ad esempio, sarebbero molto più utili le informazioni sui patrimoni personali delle persone chiave dell’emittente (da aggiornare periodicamente) (6) che non le decine e decine di pagine che nei prospetti vengono dedicate ai “fattori di rischio”, e che si risolvono in lunghi elenchi di eventi possibili (tra i quali manca solo la caduta di un meteorite), di fatto finalizzati a ridurre le responsabilità dell’emittente (7).

“Ma se potenziamo i deterrenti, nessuno si metterebbe più a costruire ponti o a gestire intermediari finanziari o società quotate” è l’obiezione più fondata allo skin-in-the-game. Fondata almeno fino al punto in cui ammettiamo che tutto ciò che è stato costruito è gestito fino a oggi lo è stato “anche” grazie a un certo grado di deresponsabilizzazione, dovuto da una parte ai tempi della giustizia, dall'altra alla quasi impossibilità di “tenere sotto controllo” tutto quello che accade nelle corporations (8). Il che mi può anche andare bene. Basta dirlo apertamente. (9)

Oltre ai tempi lunghissimi delle istruttorie sui casi di ponti crollati (si veda qui), e anche ai numerosissimi casi di mancanza di tutela del risparmio negli ultimi decenni, e oltre alla lunga schiera di banchieri internazionali a capo di istituti salvati dai contribuenti nel 2008 che se la sono cavata con qualche spicciolo di risarcimento e ovviamente nessuna conseguenza penale (si veda qui e qui), un caso estremo di prolungata deresponsabilizzazione (10) che mi spiace ricordare è quello che ha riguardato 897 sottoscrittori delle quote dell’Hotel Villaggio Santa Teresa Srl collocati nel 1983 dalla rete di consulenti finanziari IFL di Vincenzo Cultrera. La Consob fu responsabile di omessa vigilanza per aver approvato un prospetto informativo falso, ma solamente nel 2005 il Ministero dell’Economia ha transato il pagamento di un risarcimento di 13 milioni di euro (capitale più interessi) a favore dei risparmiatori danneggiati. La Corte d’Appello di Milano nel 2012 condannò in solido anche i commissari e alcuni funzionari Consob dell’epoca al risarcimento di 6,3 milioni, sentenza impugnata dai condannati di fronte alla Cassazione. La quale, nel novembre 2016 (dopo 33 anni dai fatti) ha rimandato di nuovo la questione alla Corte d’Appello di Milano, perché non è chiaro se la transazione con il Ministero dell’Economia abbia riguardato l’intero debito risarcitorio oppure solo una quota (11). Nel frattempo, vari creditori sono morti, e pure dal lato dei responsabili sono entrati in campo degli eredi (come la figlia del presidente della Consob dell’epoca, Bruno Pazzi). Se mai si arriverà a una condanna definitiva, i responsabili avranno facile gioco nell’affermare che, quand’anche fossero stati patrimonialmente capienti negli anni 80, nei decenni successivi hanno speso tutto ciò che possedevano (al netto di quello che sono riusciti legittimamente a rendere inaggredibile, si capisce).

Se ci vogliono più di 30 anni per (non) avere giustizia, mi aspetto serenamente che la frequenza di ponti crollati e danneggiamenti del pubblico risparmio non sia soggetta futuro ad alcuna riduzione.

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(1) Sui limiti dei modelli di controllo dei rischi bancari si veda ad esempio qui.

Inoltre, si veda qui qual era la sofisticazione delle procedure di controllo della Banca Popolare di Vicenza prima che finisse in crisi con conseguente salvataggio a spese dei contribuenti.

(2) Poco utilizzato è l’istituto delle dimissioni - più o meno tempestive - in caso di disaccordo sulla gestione di una grande organizzazione da parte di amministratori e sindaci – come dire – riluttanti a condividere certi rischi e certi piani. Si tratta ovviamente di atti che hanno un certo valore segnaletico. Le dimissioni a raffica degli amministratori di Banca Carige sono una recente eccezione. Aggiungo che una recente sentenza del Tribunale di Roma (la 8808 del 3 maggio 2018) ha stabilito che gli amministratori che non si informano attivamente sull’andamento della società, in caso di bancarotta non possono difendersi dicendo “io non sapevo nulla”. Quindi sono responsabili in solido con gli altri amministratori.

(3) Il quale Taleb – che conosco e apprezzo da anni avendo anche frequentato il suo Real World Risk Institute - è discutibile su vari punti. Ad esempio, lui cita Hammurabi e altri riferimenti di 4/5mila anni fa, poi in risposta a un mio tweet in cui prendevo l’esempio dei Padri Pellegrini per obiettare a una sua posizione sull’immigrazione, mi ha tacciato di “fallacia anacronistica”. Sullo stesso punto avrei potuto citare i Marielitos come esempio molto più recente, ma mi bastava averlo ispirato nell’inventare una nuova fallacità…

Quanto al Codice di Hammurabi, sarebbe interessante sapere quanti primogeniti di architetti siano stati effettivamente giustiziati a suo tempo a seguito di crolli con vittime.

(4) Nelle investment banks una maggiore responsabilizzazione viene già realizzata sulla spinta delle autorità di vigilanza con le clausole di clawback, che impongono la restituzione anche ad anni di distanza dei bonus ricevuti dai bankers, se i risultati brillanti che li hanno fatti maturare sono stati seguiti da altri molto meno brillanti.

(5) Tra l’altro la trasparenza sui patrimoni personali degli amministratori avrebbe un ulteriore valore segnaletico. Se un 30enne a inizio carriera che di cognome non fa Agnelli o Del Vecchio dichiara un patrimonio netto di 100mila euro, ci può stare. Ma se un 60enne professionista con decenni di prestigiosa carriera alle spalle dichiara la stessa cifra, qualche domanda te la fai. O sta nascondendo qualcosa, o è stato un pessimo gestore delle proprie finanze (il che non è troppo rassicurante sulle sue qualità di amministratore).

(6) Nel nostro ordinamento, come è noto, sono già previsti obblighi di trasparenza sui patrimoni personali di politici e titolari di incarichi pubblici.

(7) Ben inteso, qui non si tratta di riscrivere il diritto societario, che ha opportunamente introdotto più di due secoli fa le società di capitali per separare il patrimonio delle organizzazioni da quello delle persone che le gestiscono. Come è noto, il principio pacificamente accettato in vari ordinamenti è che la separazione patrimoniale sia netta in caso di andamento “fisiologico” di una impresa, e che lo sia ovviamente di meno se l’andamento è “patologico”, fattispecie purtroppo non rara.

(8) Deresponsabilizzazione che coinvolge anche la magistratura nei casi di incriminazioni di innocenti che hanno lasciato danni più o meno permanenti. Per tutti, si legga “Io non avevo l’avvocato” di Mario Rossetti con Sergio Luciano. E a chi pensa che certe cose accadano solo in Italia, suggerisco di guardare qui la kafkiana, quasi decennale esperienza di Roberto Rivera in Svizzera.

(9) A oggi i destinatari preferiti delle richieste di risarcimento danni per crack finanziari sono le cosiddette “deep pockets”, tra cui primeggiano le società di auditing e le autorità di controllo; lasciando così immaginare una certa rassegnazione a considerare amministratori, sindaci e altre persone coinvolte delle “poor pockets” che non vale la pena infastidire in caso di danni. Per un precedente di transazione a seguito di responsabilità del revisore si veda qui.

(10) Albert Einstein diceva: “Non giudicate i fenomeni dalle medie. Giudicateli dalle eccezioni”.

(11) Qui il testo della sentenza.

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