Dieci anni dopo: come nacque la Grande Crisi (e quali sono i rischi di oggi)

di Enrico Ascari (*) - 14/08/2017

Stampa Crea Pdf Invia Rss

Sono passati dieci anni dall’inizio della Grande crisi finanziaria del 2007-2008. Ne paghiamo ancora le conseguenze. Per i naviganti dei mercati finanziari molte lezioni dell’epoca, in parte dimenticate, possono tornare utili. Oggi non c’è nessuna grande crisi all’orizzonte: l’ecosistema ha subito notevoli modifiche. Malgrado ciò, sotto diversi profili, alcuni mercati riflettono valutazioni fondamentali decisamente più estreme di allora e i rischi sono più concentrati sui risparmiatori finali, piuttosto che sugli intermediari.

Lunedì, 9 agosto 2007: Bnp Paribas Asset Management comunica la sospensione dell’operatività di tre fondi comuni monetari[1] esposti a mutui subprime cartolarizzati (sotto forma di ABS e CDO – pacchetti di titoli cartolarizzati con modalità anche estremamente complesse), distribuiti a clientela istituzionale e retail (cioè anche a “vedove e orfani”). La banca riconosce ufficialmente quello che ormai sui mercati è un segreto di pulcinella: i mercati del credito “non fanno più prezzi” non solo per la “toxic paper – carta tossica”[2] ma anche per le cartolarizzazioni con rating farlocchi tripla o doppia A, assegnati in disinvolto conflitto d’interesse dalle principali agenzie di rating. Improvvisamente evapora la fiducia, il lubrificante delle transazioni finanziarie. Il cancro che ha colpito il mercato immobiliare americano e che si pensava fosse sotto controllo, ha ormai diffuso le cellule tumorali nei contigui mercati del credito, caratterizzati da livelli di speculazione “a leva” insostenibili. Il 9 agosto del 2007 verrà ricordato come l’inizio conclamato della “grande crisi finanziaria” (GFC, l’acronimo anglosassone), il cui primo capitolo si è aperto sottotraccia nel quarto trimestre del 2006 per concludersi nella seconda parte del 2009.

Copertina dell'Economist ai tempi della Grande Crisi

Ora e allora. Della GCF, dalle cause agli effetti si è scritto di tutto, con opinioni, spesso divergenti. C’è stata una convergenza di fattori, il cui peso relativo non è probabilmente determinabile, che hanno portato al disastro. Tra questi, un ruolo centrale va attribuito alle modalità di funzionamento delle istituzioni dell’ecosistema finanziario e alle logiche comportamentali dei suoi attori, tra i quali, ovviamente, un ruolo dominante e centrale hanno le banche centrali. A distanza di dieci anni il sistema e comportamenti sono in parte cambiati in meglio, in parte mantengono inquietanti analogie, in parte sembrano perfino più estremi.

Anche oggi, come allora, c’è più di un motivo giustificato motivo per sostenere la tesi che “questa volta è diverso” e che c’è forse spazio per un ultimo strappo verso il cielo. La storia non si ripete, ma a volte si somiglia, con tempi e modi conosciuti, appunto, solo in cielo.

Breve cronistoria degli eventi fino all’agosto del 2007 rivista attraverso la rilettura delle analisi del Bank Credit Analyst[3] e altre voci di mercato.

La grande crisi finanziaria (GCF) non si è sviluppata in un giorno. C’è stata una concatenazione di eventi e segnali dapprima deboli ma d’intensità crescente nel corso del 2007, con il default di Lehman nel settembre dell’anno successivo che ha rappresentato l’acceleratore finale verso il disastro, evitato solo grazie all’uso di tutte le armi convenzionali o meno nell’arsenale dell’amministrazione statunitense.

Autunno del 2006: le agenzie di rating mettono sotto “osservazione” o iniziano a ridurre il rating di centinaia di emissioni di crediti strutturati a leva garantiti da mutui immobiliari. Il numero di dicembre 2006 del Bank Credit Analyst (BCA, Vol. 58. N.6.), pur prendendo atto che il mercato immobiliare stava iniziando a correggere gli eccessi degli anni precedenti, considerava prematuro aspettarsi una stabilizzazione del settore delle costruzioni, ma vedeva il futuro in rosa.   “L’appetito per il rischio degli investitori è insaziabile e, a prima vista, stranamente in contraddizione con un contesto economico-geopolitico lontano dalla perfezione [tanto per cambiare, non è sempre così?] …il livello della speculazione sta gonfiandosi, specialmente nei mercati del credito…un mondo di bassa e relativamente stabile inflazione porta a eccessi finanziari… ma nessun rischio [si vede] all’orizzonte per quanto riguarda la crescita economica USA e globale …il mercato azionario rimane impostato positivamente e è da preferire a quello obbligazionario”.

A fine dicembre 2006, il BCA titolava: “Un altro anno cavalcando l’onda della liquidità” (che anche allora, malgrado la Fed stesse rialzando i tassi d’interesse da un biennio, era più che abbondante). Gli analisti della rivista vedevano il bicchiere decisamente mezzo pieno. Era in corso “…una potente interazione tra un’espansione economica trainata dalla supply side e  la forza dirompente di un’esuberante liquidità…”. Il combinato disposto tra crescita economica sostenuta, dinamica degli utili aziendali brillante, liquidità inesauribile, mercati finanziari rampanti  lasciava spazio ai soliti dubbi “di scuola”, “…tutto questo prima o poi dovrà finire…” ma l’ottimismo, basato anche sull’esperienza, alla fine prevaleva: “Negli ultimi 40 anni è sembrato che gli Stati Uniti in più occasioni sfidassero i limiti del sistema finanziario fino al punto di rottura ma le catastrofi spesso previste non si sono mai realizzate. Il sistema è stato più resistente del previsto…è stata sottostimata l’abilità delle autorità monetarie di intervenire reflazionando il sistema per evitare crisi economico-finanziarie dolorose” (The BCA, January 2007, Vol. 58, No 7 pag. 19).

Nel frattempo la stampa specializzata dava spazio a posizioni critiche[4] sugli eccessi dei mercati finanziari e i conseguenti rischi di implosione. La discussione era alimentata da addetti ai lavori, giornalisti e “gole profonde” che, dall’interno delle investment banks, lanciavano messaggi inequivocabili.  Il 18 gennaio 2007, Gillian Tett, editorialista del Financial Times, citava una conversazione con una fonte, ovviamente anonima: “Ho lavorato nel settore del debito “distressed” e del credito strutturato per oltre vent’anni e non ho mai visto una situazione come quella attuale. Gli attori del mercato hanno perso ogni memoria storica di cosa sia il rischio e si muovono come se il cosiddetto muro di liquidità dovesse durare all’infinito e la volatilità fosse una cosa del passato. Non credo ci sia mai stato nella storia un altro periodo nel quale una fetta così grande degli asset creditizi più rischiosi sia stata nelle mani di istituzioni finanziarie così deboli…. con una capacità così limitata di fronteggiare avversità anche minime. Non so se sia peggio avere a che fare con i sostenitori di “questa volta è differente” o con quelli più esperti che …in privato ammettono che c’è una bolla pronta per esplodere ma che sperano che succeda dopo il prossimo giro di bonus”[5]. Si tratta di una informata previsione di quello che sarebbe successo. A disposizione di chiunque avesse voglia di aprire gli occhi. In definitiva il disagio tra i professionisti stava montando ma rimaneva ben occultato grazie alle regole non scritte del “Brave New Financial World”, un mondo dominato dall’ipocrisia, dall’avidità, dalla regola del silenzio e dal conflitto d’interesse. 

Nel frattempo, speculazione dopo speculazione, i principali operatori di Wall Street giocavano a dadi il loro e il futuro globale nell’oscuro e arcano mondo del credito strutturato. Goldman Sachs stava costruendo quello che, successivamente, sarebbe diventato il famoso “big short”, cioè una difficile correzione di rotta finalizzata dapprima a neutralizzare le posizioni lunghe dirette e indirette sul mercato immobiliare presenti sui “libri” e poi a impostare una gigantesca scommessa “short”, finalizzata a trarre vantaggio da ulteriori tracolli del mercato dei mutui. Sulla stessa linea si trovavano ben pochi operatori tra i quali John Paulson con il suo hedge fund, che, proprio grazie all’intermediazione di Goldman Sachs, stava montando una gigantesca scommessa contro i mutui immobiliari attraverso un “CDO sintetico” del valore nozionale di due miliardi di dollari.

Gli altri satrapi di Wall Street, personaggi gonfi di denaro e gloria, dominati da ego smisurati e condizionati da una fin troppo diffusa sindrome d’onnipotenza[6], erano tutti sull’altro lato della barricata, pronti a chiamare l’“all in”, cioè a scommettere sulla ripresa del mercato immobiliare, alzando la posta fino al cielo. “Durante i primi anni 2000 quattro CEO in particolare hanno guidato le loro aziende verso un (evitabile) disastro, assumendo montagne di debito per finanziare l’espansione nel fantastico ma remunerativo mondo della finanza strutturata immobiliare: Jimmy Caine di Bearn Stearns[7] (quello che mentre la sua banca affondava stava giocando a bridge a Las Vegas), Richard Fuld, di Lehman, Stan O’ Neal di Merryl Lynch, alla fine assorbita da Bank of America, Chuck Prince di Citigroup[8] e Joe Cassano di AIG[9].

Il 5 marzo 2007 HSBC Holdings annuncia un “delinquency rate” molto più alto del previsto su un portafoglio di mutui subprime: è un ulteriore tangibile segnale delle difficoltà del mercato subprime. Il report di fine marzo ella BCA, condizionato inevitabilmente dagli eventi e soprattutto da un frazionale storno del mercato azionario, iniziava una leggera correzione di rotta, allineandosi alla Federal Reserve, che nel suo ultimo “statement”, rimuoveva il riferimento a ulteriori possibili restrizioni monetarie. Ma la musica di fondo rimaneva sempre la stessa: “L’economia USA sta meglio di come la dipingano i giornali. Il tracollo del mercato subprime è un evento significativo per alcuni attuali e futuri proprietari di case, il segmento immobiliare della borsa e per qualche comparto speculativo del credito. Un’economia da 12 trilioni di USD non si fa influenzare più di tanto. Rallentamento si ma recessione no!” (Bank Credit Analyst, April 2007, Vol. 58, N. 10, pag 14).

Il 22 aprile 2007 New Century Financial, secondo operatore americano specializzato nell’erogazione di mutui subprime, dichiara il fallimento. In aprile e maggio il mercato azionario riprende la sua corsa; si scatena un’ulteriore ondata di operazioni di M&A con uso sfrenato di debito “covenant lite” (cioè con garanzie irrilevanti). Il bull market e l’euforia tengono duro. Il Bank Credit Analyst ne prende atto con soddisfazione, “Markets have spoken” e tesse un ennesimo elogio alla “supply side Economics” (combinazione di forte crescita e bassa inflazione basata sul diffondersi delle politiche di mercato, sulla crescita della globalizzazione, sulla rivoluzione dell’information technology, sulle riforme dell’offerta e la deregolamentazione dei mercati).

Il 22 giugno 2007 la campana a morto suona i primi rintocchi: Bear Stearns inietta circa tre miliardi di liquidità in due Hedge Fund della casa specializzati in investimenti creditizi ad alto rischio con un attivo di circa 600 milioni di dollari a fronte di finanziamenti per 6 miliardi. Il calo del valore degli attivi dei fondi costringe il prime broker Merrill Lynch al richiamo del collaterale. I fondi saranno chiusi e da qui inizierà l’inarrestabile declino di Bear Stearns.

Il 25 giugno 2007 il contagio aumenta d’intensità con il timore che molti intermediari siano in crisi di liquidità se non insolventi. 

Il 28 giugno, finalmente, anche il Bank Credit Analyst vede il treno arrivare ma lo scambia per una carrozza trainata da cavalli: “L’era di una volatilità finanziaria stranamente bassa può essere finita ma i problemi del mercato del credito dovrebbero rimanere nell’ambito delle classi di attivi più rischiosi”; in aggiunta si sosteneva “Le buone notizie sono che i bilanci delle banche non sono mai stati così in forma da lungo tempo, sono quindi ben posizionati per affrontare crescenti problemi sui crediti…[di conseguenza]… le probabilità di una crisi finanziaria di tipo sistemico sembrano basse. I problemi del credito è probabile che siano diffusi su molti investitori e prestatori piuttosto che concentrati nelle banche, come spesso accaduto nei precedenti momenti di stress finanziario”. (Bank Credit Analyst, July 2007, Vol. 59 N.1pag. 3 e 4). Queste parole dovrebbero rimanere scolpite nella pietra (invece di essere sbrigativamente rimosse) e servono per far capire quanto sia difficile individuare anche problemi giganteschi in assenza di trasparenza e/o di buona fede. In effetti il tumore era nascosto all’interno dei libri di un sistema bancario fortemente "levereggiato" e con una spassionata predilezione per l’opacità e la mistificazione. Ogni riferimento a quanto accaduto al sistema bancario italiano negli ultimi anni è puramente casuale (sia pure concedendo la diversa origine dei problemi).

La casa di ricerca, ormai diventata il portavoce semi-ufficiale delle ancora larghe schiere di ottimisti, reiterava le stesse opinioni a fine luglio, malgrado un mese trascorso tra tremori sempre più percepibili: “l’ingenua previsione che il calo del mercato edilizio sarebbe stato di breve durata con un impatto limitato sull’economia è stata ormai largamente discreditata e il contagio dei subprime ormai ha colpito i mercati del credito…il mini  [sic] meltdown nei mercati del credito USAnon è il precursore di una recessione o di un mercato orso per le azioni

Tra il 6 e il 9 agosto 2007 anomali movimenti nell’ambito dei mercati azionari colpivano le strategie di “statistical arbitrage” di diversi hedge funds.  Sono eventi praticamente impossibili secondo i modelli probabilistici utilizzati. Si capirà, con il senno del poi, che dipendono dalla liquidazione forzata di enormi portafogli di qualche intermediario. E’ la prova che i mercati stanno diventando illiquidi e che c’è una eccessiva concentrazione delle posizioni sulle stesse operazioni. Il mercato azionario comincia ad essere utilizzato come un bancomat (unico fornitore di liquidità quando tutte le altre fonti sono chiuse).

Ancora il 7 agosto nel periodico Federal Open Market Commitee (FOMC) della Federal Reserve, guidata da un algido Ben Bernanke, si dichiarava: “la principale preoccupazione del Comitato [dei Governatori della Fed] rimane il rischio che l’inflazione non moderi la sua corsa come da attese”. Tre giorni dopo la Fed sarà costretta a iniettare riserve nel sistema e sette giorni dopo a ridurre il tasso di sconto dello 0,5% e affermerà che “i rischi di rallentamento della crescita sono aumentati in modo significativo”.  

 

Il 9 agosto, infatti, con la sospensione del valore quota dei fondi di BNP Paribas, la crisi diventa conclamata e innegabile, anche se la litania dei forzati dell’ottimismo non cambia registro. Con il Vol. 59 No. 3 del 30 agosto BCA afferma: “Non c’è nulla da temere se non la paura stessa…gli operatori sono troppo pessimisti e sottostimano la capacità dei policy makers di reflazionare”.

Finalmente il 29 novembre del 2007 (Vol. 59 N.6, December 2007) anche la BCA getta la spugna (parzialmente). Riconosce che la crescita economica è ormai compromessa, con i leading indicators globali che picchiano all’ingiù; la crisi del mercato immobiliare finalmente viene paragonata a quella degli anni 30. “Il virus ha contagiato i mercati del credito causando perdite a valanga tra prestatori e debitori…nessuno ha un’adeguata comprensione dell’effettiva estensione dell’esposizione del sistema finanziario agli asset tossici”. A questo punto però gli analisti della BCA, con il tipico atteggiamento pavloviano che ha alimentato l’ascesa dei mercati dall’inizio degli anni 80 (una salita verso il cielo intervallata da crisi sempre più brutali) chiedono a gran voce la realizzazione dello scenario necessario e fortissimamente richiesto da tutta la comunità finanziaria: una massiccia iniezione di liquidità da parte delle banche centrali, a partire dalla Fed, (il famigerato “Greenspan put”), che riporterebbe la fiducia e tutte le scialuppe sulla linea di galleggiamento e che potrebbe “creare la condizioni per un’ultima esplosiva gamba di rialzo del mercato azionario”. Il modello evocato era quello testato più volte dal 1987 in poi, con il ricordo dei risultati eccellenti nel 1998 (lo storico salvataggio del Fondo LTCM - l’hedge fund dei premi Nobel -) seguito dalla spettacolare cavalcata del Nasdaq, fino al blow out del 2000. Lette con il senno del poi queste parole sembrano folli ma non troppo. Al 2007, infatti, è seguita la tragedia del 2008 e la Federal Reserve, questa volta non è bastata per salvare il sistema finanziario. Però, dopo l’intervento “terminale” del governo americano, che all’inizio del 2009, dopo l’azzardo di Lehman Brothers, di fatto nazionalizzava “a tempo” il sistema finanziario a stelle e strisce, la successiva “normalizzazione monetaria”, i cui effetti sono ancora oggi visibili, dava ragione postuma agli analisti della BCA. Chi è riuscito a stare in piedi durante i mesi peggiori della crisi ha potuto godersi un decennio di politiche non convenzionali delle Banche Centrali. Il sistema finanziario, di cui nel 2009 si chiedeva a gran voce una drastica regolamentazione, è rinato come l’araba fenice, sia pure con una notevole metamorfosi. Oggi la giostra gira ancora a pieno regime.

Conclusioni

La mutazione dell’ecosistema finanziario. Dieci anni dopo l’ecosistema finanziario si è evoluto. Le specie dominanti sono diverse: è l’era dei grandi gestori istituzionali di denari altrui (Blackrock, Vanguard, ecc.). Le banche universali anglosassoni e europee, che dominavano all’inizio del millennio, sono sulla difensiva, zavorrate da una montagna di nuove regole sempre più complesse e difficili da aggirare, dal cascame delle sofferenze, dalla carenza di capitale, dalle multe miliardarie comminate dall’amministrazione USA, più furba di tante altre. Con i grandi gestori è rimasta solo l’immarcescibile Goldman Sachs, l’eterno potere neppure tanto occulto della finanza WASP.

Il rischio, ben nascosto, è allocato diversamente. Ricade prevalentemente sugli investitori finali, istituzionali (fondi pensione, fondi sovrani, ecc.) e privati. Gli investimenti finanziari sono finanziati prevalentemente da risparmio, non da debito. La speculazione rampante del sistema bancario, quello con leva 40-50 a 1, è stata fortemente ridimensionata. La probabilità di un’altra crisi sistemica si è ridotta di molto.

Le ferite sono ancora aperte. E’ ancora troppo pulsante il ricordo di quanto accaduto dieci anni fa, l’avversione al rischio, malgrado tutto ha ancora un peso. In Europa la crisi del debito sovrano è ancora troppo recente. Tutto ciò riduce la probabilità di un’altra crisi anche se rimane patologica l’assenza di normali “mercati orso”.

Azzardo morale sempre presente. Il tam-tam degli imbonitori della finanza suona oggi suona una musica che molto somiglia a quella che ha preceduto la GFC. Ora come allora siamo convinti che al minimo stormir di fronda le banche centrali interverranno per bloccare la caduta dei mercati. La vasca della liquidità è molto più colma che all’inizio del millennio, ulteriormente alimentata dall’abnorme crescita nella polarizzazione della ricchezza. La ricerca di rendimenti superiori, apparentemente privi di rischio, è più forzata che mai. Gli interessi in gioco sono troppo rilevanti, con più di 100 triliardi di dollari di asset di terzi gestiti dai grandi fondi di ogni tipo. Il super-ciclo del debito, che si è interrotto per qualche anno, ha ripreso la sua corsa e, in termini assoluti a livello locale (Stati Uniti e molti altri paesi) e globale, ha battuto ogni record. Come detto sono presenti diversi fattori di mitigazione del rischio che non è più concentrato nel sistema bancario. Ciò ci induce a ipotizzare che la prossima crisi, quando e se arriverà, avrà modalità, specificità e probabilmente una intensità minore rispetto all’ultima.

Non fidatevi delle banche centrali. Le Autorità Monetarie hanno dimostrato di non avere nessun vantaggio competitivo in termini di previsioni economiche. Sono state efficaci solo nel gestire la crisi, non nell’evitarla. Anzi, in molti le considerano corresponsabili, sia nella gestione delle politiche macroeconomiche, sia per carenza di vigilanza. Nel 2007 le prime iniezioni di liquidità, nell’agosto 2007 sono state tardive. La BCE ancora aumentava il tasso d’intervento nell’estate del 2008! Arroganza intellettuale e modelli economici di riferimento discutibili sono citati tra le possibili cause di inadeguatezza (indimenticabile il riconoscimento postumo dell’incapacità di comprensione, piuttosto che degli errori commessi, da parte di Alan Greenspan).  Nel 2007 le BC erano in paranoia per un’inflazione troppo alta[10]. Fattori non controllabili. Oggi, al contrario, sono fibrillate perché l’inflazione non sale a sufficienza (e in effetti rimane fuori dal loro controllo). Anche oggi possono sbagliare.

I mercati finanziari hanno valutazioni di gran lunga più estreme che nel 2006/2007.  Le metriche dei mercati sono peggiori di quelle dell’estate 2007 tranne che per gli spread creditizi. I tassi d’interesse non sono mai stati così bassi, a lungo perfino negativi. Stesso discorso per la volatilità dei prezzi delle attività finanziarie: gli indici sembrano teleguidati. Valutazioni analoghe si effettuavano dieci anni fa. Allora però lo S&P trattava a 16 volte gli utili attesi (che poi non si realizzeranno per il tracollo delle economie). Oggi siamo su livelli di gran lunga superiori, con uno scenario macro e geo-politico come sempre a luci e ombre. Fra le tante anomalie, forse quella che più coglie lo spirito dei tempi, è quella segnalata da ultimo da Factset: lo S&P 500 è su valori pari a 2,1 volte il fatturato aggregato delle aziende che lo compongono, i massimi di sempre se si esclude il livello raggiunto nel 2000 (2,2 x), appena prima che si aprisse la botola della crisi “TMT”[11]. Allora però l’indice di mercato era distorto dalla spettacolare sopra-valutazione del settore tecnologico, la cosiddetta “old economy” valeva una manciata di ceci. Oggi la tecnologia vende a multipli alti ma meno irragionevoli, il resto a prezzi mai visti.

Il P/E di Shiller nell'ultimo secolo

Un altro dato balza all’occhio: nell’ultimo decennio, con base agosto 2007, gli utili aggregati dello S&P 500 sono cresciuti di circa il 27% mentre le quotazioni di circa il 70% (mentre dai minimi assoluti del marzo del 2009 si sono quasi triplicate). In Europa, con un mercato imbottito di banche decotte, pochi titoli tecnologici e un settore farmaceutico meno presente, gli utili nello stesso periodo sono caduti del 53% (dato ovviamente distorto dalla dinamica del settore bancario) mentre l’indice Eurostoxx ha perso il 25% dai massimi di agosto 2007 (era al livello di 4600 contro il 3450 di oggi) e guadagnato il 90% dai minimi assoluti del 2009. Il livello raggiunto dai prezzi azionari sembra coerente con scenari di crescita futura di cui non si percepiscono chiaramente le basi.

Non c’è nessun cigno nero all’orizzonte. Tirando le somme non sembra imminente una nuova crisi epocale, malgrado il pessimismo sia sempre a buon mercato. I pessimisti cronici “sparano a salve” da troppo tempo. C’è bisogno invece di un sano ritorno alla normalità, con tassi d’interesse che salgono e borse in fisiologico ridimensionamento. Più a lungo si rimanderà il redde rationem, più è probabile in qualche anfratto del sistema finanziario si creino le condizioni per una nuova crisi epocale.  Con il senno del poi, anche la GFC non poteva essere considerata un evento “imprevedibile”, uno “tsunami”, un “cigno nero” (evento imprevedibile di portata non immaginabile). La catastrofe finale c’è stata ma l’inquietante evolversi della perturbazione è stata a lungo visibile per gli osservatori attenti e in buona fede[12]: solo le dimensioni del disastro finale non potevano essere immaginate in anticipo, se non a ridosso del tracollo di Lehman Brothers, nel settembre del 2008.

(*) Nato a Medolla (24/9/1956), laureato all'Università Bocconi (1982) in Economia Politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, BNL Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni SGR (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP AM nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di Assogestioni dal 2000 al 2008.



[1] Parvest Dynamic ABS, BNP Paribas Euribor e BNP Paribas ABS Eonia.

[2] Da non confondersi con “Toilet paper”.

[3] Pubblicazione mensile “indipendente” di analisi e previsioni finanziarie edita dalla BCA Research con un largo seguito nella comunità finanziaria internazionale.

[4] Si veda per esempio il paper “Economic Theory and Financial Crisis. A Systematic Analysis of the Financial Times”, Emily Crubaugh, April, 15, 2011, che analizza in dettaglio gli interventi sul tema pubblicati dal Financial Times.

[5] Riferimento tratto da “Money & Power”, William D. Cohan, Penguin Business, 2011, pag 513.

[6] Che troppo spesso ha contagiato perfino i banchieri nostrani.

[7] Bear Sterns sarà acquisita l’anno successivo da JP Morgan a 10 dollari per azione dopo aver trattato anche a 180 dollari.

[8] Quello che ancora all’inizio di agosto 2007 dichiarava al Financial Times che “quando la musica smetterà di suonare, in termini di liquidità, allora le cose diventeranno difficili. Ma finchè la musica suona dobbiamo alzarci e ballare. Citigroup sta ancora ballando”.

[9] Il bail out dell’assicurazione AIG costerà al tesoro americano 180 miliardi di dollari in diversi interventi tra il 2008 e il 2009.

[10] Nel 2007 l’inflazione viaggiava tra il 3,5 e il 4,5%, ben sopra i target delle Banche Centrali, prevalentemente per l’esplosivo trend di crescita delle materie prime, a sua volta determinato dalla domanda cinese e dalla speculazione finanziaria. 

[11] Mitico acronimo che incapsulava i settori “tecnologia, media, telecomunicazioni”.

[12] Si veda il paper “Economic Theory and Financial Crisis. A Systematic Analysis of the Financial Times”, Emily Crubaugh, April, 15, 2011, che analizza in dettaglio gli interventi sul tema pubblicati dal Financial Times.

 

Stampa Crea Pdf Invia Rss


Vuoi lasciare un commento o essere informato delle prossime novità di YouInvest? Compila questo breve form

Cognome *
Nome *
E-mail *
Il tuo giudizio su YouInvest *
Commento
Finalità del trattamento dei dati personali
Accetto le finalità del trattamento dei dati personali
Codice di verifica Cambia testo