Market timing con i bond? Non conviene

di Nicola Zanella - 22/08/2011

Stampa Crea Pdf Invia Rss

Dato che i tassi di interesse variano nel tempo, il rendimento effettivamente realizzato con un investimento in obbligazioni dipende dal prezzo al quale lo strumento viene venduto e dal tasso al quale le cedole vengono reinvestite.
Proprio questo rischio di interesse può preoccupare gli investitori in fondi comuni o ETF obbligazionari, visto che questi strumenti tipicamente non hanno una data di scadenza e quindi non vi può essere il rimborso al valore nominale.
Se il prezzo a cui viene liquidato il bond prima della scadenza dipende dal tasso di interesse presente sul mercato, sembrerebbe conveniente stimare il futuro corso dei tassi di interesse e quindi la direzione più probabile per le quotazioni. Si potrebbe valutare, in definitiva, l’utilità di una qualche strategia di market timing, ossia di una gestione dell’asset allocation in chiave tattica.
Prendiamo allora i dati storici di lungo periodo (dal 1926) riferiti al mercato obbligazionario statunitense e analizziamo il rendimento effettivamente realizzato (o totale) dal titolo di Stato decennale per periodi di cinque, 10 e 20 anni. Scomponiamo inoltre il rendimento totale in apprezzamento del capitale (capital gain) e reddito dovuto alle cedole e al loro reinvestimento (income).
Considerando un investimento iniziale di 100 dollari e un metodo di analisi con periodi rolling (che si sovrappongono parzialmente) di cinque anni, la ricchezza finale media è pari a 133$, dovuta al reddito cedolare per 32$ e al capital gain per 1 solo dollaro.
Allungando l’orizzonte temporale di osservazione, cioè a periodi di 20 anni, l’investimento di 100 dollari in media è diventato pari a 328$, di cui ben 232 dovuti alle cedole, con una perdita di quattro dollari in conto capitale.
È proprio per questo motivo che alcuni indici che ricostruiscono l’andamento dell’investimento in obbligazioni tengono conto solo del reddito dovuto alle cedole: in fondo, al momento dell’emissione (alla pari) il rendimento che ci si può aspettare da un’obbligazione è solo quello degli interessi distribuiti.
Conferma viene dal caso statunitense, in cui il capital gain dei bond a lungo termine è stato nel Novecento molto vicino allo zero (0,4% dal 1926).
Anche analizzando un altro mercato finanziario, le evidenze empiriche non cambiano di molto. Nel Regno Unito per 100£ investite il montante raggiunto in periodi di cinque anni è in media pari a 145 sterline, rappresentate per 41£ dal reddito cedolare e per sole 4 sterline dal capital gain.
Anche in questo caso, allungando il periodo e portandolo a 20 anni, le conclusioni sono ancora più marcate: considerando tutti i periodi di 20 anni (sempre dal 1926) l’investimento iniziale di 100 sterline è diventato pari a 499£, di cui 391 dovute alle cedole e otto al capital gain.
Nella seguente grafico vengono riassunti i risultati della ricerca del Brandes Institute.
Figura 1 (clicca sopra per ingrandire)

Come si nota, il valore aggiunto da una qualunque strategia di market timing è necessariamente molto basso, dato che il rendimento cedolare è la componente più importante nel definire il rendimento totale dell’investimento in obbligazioni.
Proprio per questo motivo, dovrebbe esserci minore incertezza nel prevedere il rendimento di un investimento obbligazionario rispetto a quello in azioni. Lo vedremo in un prossimo articolo.
L’attività di market timing che mira ad individuare la direzione delle quotazioni azionarie (il segno dei rendimenti) è giustificata invece dal fatto che il capital gain in questo caso conta quasi quanto il reddito da dividendi. Ovviamente per periodi consoni alla nostra aspettativa di vita, quindi per archi temporali di cinque, 10 e anche 20 anni.
Si veda al tal riguardo il successivo grafico, con i dati che si riferiscono al mercato Usa e UK a partire dal 1926.
Figura 2 (clicca sopra per ingrandire)

L’andamento dei mercati azionari negli ultimi 15 anni ha certamente rinforzato l’idea della superiorità del capital gain nell’investimento in azioni: basti pensare che dal 1995 al 2003, in periodi rolling di cinque anni, i dividendi hanno contributo al rendimento totale delle azioni solo per il 17%.
Una visione però più ampia, come quella che risulta osservando il grafico precedente, consiglia un poco di prudenza. Infatti anche per le azioni, come per i bond, in un arco temporale di decine di anni (dal 1926) è il rendimento da dividendi quello che conta di più sul rendimento totale: il 96,2% e il 97,7% rispettivamente per gli Stati Uniti e il Regno Unito.

Stampa Crea Pdf Invia Rss


Vuoi lasciare un commento o essere informato delle prossime novità di YouInvest? Compila questo breve form

Cognome *
Nome *
E-mail *
Il tuo giudizio su YouInvest *
Commento
Finalità del trattamento dei dati personali
Accetto le finalità del trattamento dei dati personali
Codice di verifica Cambia testo