Cosa fare con le nuove tasse sul risparmio?

di Marco Liera (*) - 03/10/2011

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Quale effetto avranno sui risparmi il superbollo sui depositi titoli entrato in vigore il 17 luglio con la manovra di stabilizzazione (legge 111 del 15 luglio 2011 di conversione del DL 98 del 6 luglio 2011) e la riforma della tassazione delle rendite finanziarie che entrerà in vigore il 1° gennaio 2012 in base alla manovra-bis (DL 138 del 13 agosto 2011 convertito nella legge 148 del 14 settembre 2011)? Per discuterne, occorre mettere da parte i determinismi causa-effetto che mal si adattano alla complessità e all’interdipendenza dei mercati finanziari e alle distorsioni cognitive che caratterizzano i comportamenti dei soggetti che vi operano, tra i quali vi sono anche i risparmiatori sui quali gravano i provvedimenti in questione. Ecco i chiarimenti prioritari aggiornati alle novità e ai commenti fino al 2 ottobre 2011.

L'entrata in vigore della manovra di stabilizzazione ha creato non poche complicazioni perchè ha coinciso con il periodo in cui le banche inviano ai clienti le comunicazioni semestrali o trimestrali (al 30 giugno) sui depositi titoli. La Circolare 40 dell'Agenzia delle Entrate del 4 agosto chiarisce che l'aumento del bollo decorre dalle comunicazioni (estratto conto titoli) inviate dal 17 luglio. La stessa circolare stabilisce che per le comunicazioni inviate dal 6 al 16 luglio si applicano le imposte previste dal DL 98. Per quelle inviate dall'1 al 5 luglio è stato applicato il regime precedente. I clienti delle banche tempestive nell'inviare la comunicazione semestrale o trimestrale hanno quindi beneficiato di un rinvio dell'aggravio alla prossima scadenza.

1) Le due principali criticità tecniche (tra le varie):

a) la determinazione degli scaglioni di imponibile ai fini dell'applicazione del superbollo sul deposito titoli è basata sul valore nominale, o di rimborso o in mancanza sul costo di acquisto dei titoli stessi. Ciò crea degli effetti perversi: innanzi tutto punisce i possessori di titoli finiti in default, che non solo hanno difficoltà a utilizzare le minusvalenze subite sugli stessi ai fini dell'imposta sul capital gain (per la difficoltà a cederli anche a valori irrisori, non essendo più quotati), ma ora rischiano il passaggio a uno scaglione di bollo più alto per via del fatto che quei titoli, che valgono zero o quasi, concorrono alla determinazione dello scaglione dell'imponibile al valore nominale. Non solo. Nel caso delle azioni, il valore nominale può differire notevolmente da quello di mercato. Su Plus24 del 13 agosto Gianfranco Ursino ha rivelato il caso ipotetico di unl possessore di 24.999 azioni Tod's, per un controvalore di oltre due milioni di euro, che ai fini del superbollo vengono conteggiate per un valore complessivo inferiore ai 50mila euro. Nell'ipotesi che si tratti l'unico titolo presente sul dossier, l'investitore continuerà a pagare un tributo di soli 34,2 euro. Infine, anche i titoli zero coupon, che quotano anche abbondantemente sotto la pari, contribuiscono a determinare gli scaglioni di imponibile per il valore nominale.

b) La nuova aliquota del 20% sui dividendi percepiti da persone fisiche su partecipazioni non qualificate finirà per penalizzare questi piccoli azionisti rispetto ai grandi soci (si intendono qualificate le partecipazioni a società di capitali che conferiscono più del 20% dei diritti di voto, percentuale che scende al 2% nelle società quotate). Come ha scritto Luca Gaiani sul Sole-24 Ore del 27 agosto a pag. 15, dal 2012 le imposte sui dividendi relativi ad azioni con percentuali qualificate supereranno infatti quelle sui dividendi non qualificati (quelli dei piccoli risparmiatori) qualora la società erogante disponga nel proprio bilancio di riserve ante 2008, le quali consentono, fino a esaurimento, di tassare il dividendo ancora per il 40% anzichè con la nuova percentuale del 49,72%. Trascurando i soci qualificati con aliquote marginali Irpef inferiori, per le quali il vantaggio a favore delle partecipazioni qualificate è ancor più decisivo, si prenda il caso di un socio qualificato con aliquota marginale Irpef del 43% (che grava sui redditi superiori a 75.000 euro), al quale si somma una addizionale regionale e comunale dell'1,9%. Se la società ha ancora riserve e utili ante 2008, pagherà una aliquota del 44,9%*40%=17,96%, contro il 20% che sarà a carico del socio non qualificato.

2) L’aliquota 12,5% resterà solamente per i redditi di capitale e i capital gain dei titoli di Stato, i buoni postali, e tutti i titoli equiparati come i titoli di Stato dei Paesi iscritti alla White List (tutti i Paesi UE ed extra-UE con i quali l'Italia ha una convenzione sullo scambio di informazioni, per intendersi gli USA sì e la Svizzera no) e le obbligazioni di enti sovranazionali (BEI, BIRS, CECA, Euratom e così via). Quindi il possibile effetto lesivo sui risparmi non riguarderà una fetta tutt’altro che trascurabile degli strumenti tipicamente utilizzati dai risparmiatori. Discutibile il fatto che i titoli emessi dagli enti pubblici territoriali italiani restino tassati al 12,5% mentre gli omologhi esteri di paesi White List passino al 20%. Resta invariato anche il trattamento dei dividendi e dei capital gain percepiti da persone fisiche su partecipazioni qualificate italiane ed estere White List. Problemi sorgono nella determinazione degli enti sovranazionali le cui emissioni resteranno tassate al 12,5%, di cui non esiste un elenco ufficiale a parte quello contenuto nella vecchia nota 14/942925 del 1994.

3) La maggior parte dei volumi trattati sui titoli di Stato italiani è dovuta a negoziazioni di soggetti istituzionali lordisti, quindi del tutto indifferenti a variazioni delle ritenute fiscali applicate ai privati. Ciò vale non solo per l’MTS, mercato all’ingrosso per definizione, ma in buona parte anche per il principale mercato al dettaglio, il MOT. Il controvalore medio per contratto dei titoli di Stato italiani scambiati sul MOT tra gennaio e maggio 2011 è stato di 62.592 euro, importo al di fuori della portata della gran parte dei risparmiatori e che quindi potrebbe segnalare una consistente presenza di operatori istituzionali. In ultima analisi: i prezzi dei BOT, dei CCT e dei BTP sono determinati dagli scambi di banche, fondi comuni, hedge funds e fondi pensione (tutti lordisti!), non dalle negoziazioni del signor Rossi.

4) Più possibile (ancorché non certo) è che il passaggio della ritenuta dal 12,5 al 20% abbia degli effetti sui prezzi dei bond bancari e in generale societari che la subiranno. Non è noto con precisione il peso che i risparmiatori hanno negli scambi di questi titoli, ma certamente è superiore a quello del trading dei titoli di Stato, dal momento che il controvalore medio per contratto dei bond bancari negoziati al MOT è di 15.878 euro. Come potrebbe agire l’eventuale aggiustamento? Prendiamo due titoli simili per cedola, solvibilità e durata, e mercato di quotazione (MOT): uno destinato (pare) a restare tassato al 12,5% e l’altro destinato (pare) a passare alla ritenuta del 20%. Il primo è il BTP scadenza 1 febbraio 2018, che ai prezzi di venerdì 16 settembre sconta un rendimento effettivo lordo del 5,31% lordo e 4,72% netto. Il secondo è l’Enel scadenza 12 giugno 2018, che offre un rendimento effettivo del 4,65% lordo e del 4,06% netto. Posto che, come detto, per il BTP il prezzo e il rendimento netto sono indifferenti al trattamento fiscale per i risparmiatori perché sono funzione delle decisioni dei lordisti, è chiaro che per mantenere quel 4,06% netto in presenza di un aumento della ritenuta, il prezzo dei bond Enel dovrà scendere. Ma siamo sicuri che questo dovrà accadere? No, perché l’andamento del prezzo del bond Enel sarà determinato anche da molti altri fattori, quali ad esempio la percezione di maggiore o minore solvibilità relativa del gruppo elettrico rispetto a quella dello Stato italiano. Senza dimenticare che anche tra i soggetti che negoziano i bond Enel vi sono istituzionali lordisti che nell’eventualità di una pressione al ribasso del prezzo del titolo in questione dovuta alla ricerca di un maggior rendimento lordo da parte dei risparmiatori nettisti potrebbero entrare in acquisto e riallineare quasi istantaneamente la quotazione alla situazione precedente.
Che il prezzo resti o no invariato, a parità di altre condizioni, quel che è certo (tenuto conto della precisazione al punto successivo) è che i flussi cedolari netti futuri di chi è già obbligazionista di un titolo soggetto all’aumento di ritenuta saranno inferiori. C’è da discutere se questa riduzione venga fatta scontare subito con un calo del prezzo del titolo oppure diluita sulle cedole maturate e incassate dall’entrata in vigore della riforma alla scadenza.

5) Se è difficile prevedere l’impatto della nuova tassazione al 20% sui prezzi dei bond a tasso fisso, strumenti sui quali è possibile fare qualche proiezione, figuriamoci quando di mezzo ci sono azioni, derivati (warrant, future, opzioni e così via) oppure bond a tasso variabile, o in valuta, o strutturati. Con questi strumenti ci sarà un carico fiscale futuro maggiore per i loro possessori, ma i loro ritorni futuri (anche al netto delle nuove tasse) sono funzione di una molteplicità di variabili sulle quali è difficile fare congetture. Se poi la riforma - come stabilito dal DL 138 - riguarderà anche i redditi diversi oltre che i redditi di capitale, basta ricordare che quando l’imposta sul capital gain entrò in vigore al 12,5%, il 1° luglio 1998, l’indice di Piazza Affari salì prima (+58,7% nel 1997), durante (+43% nel 1998) e dopo (+ 30,6% dall’inizio del 1999 fino allo scoppio della bolla della New economy nel marzo 2000) quell’evento. Che quindi, in un mercato euforico, passò inosservato.

Più utile è ricordare l'opportunità di procedere entro il 31 marzo 2012 all'allineamento dei valori dei titoli. Posto che le minusvalenze realizzate e non utilizzate fino al 31 dicembre 2011 saranno utilizzabili negli anni successivi (sempre nel limite del quarto periodo di imposta successivo alla loro realizzazione) al 62,5% per tenere conto della variazione dell'aliquota dal 12,5 al 20%, occorre ricordare che le plusvalenze maturate (e non realizzate) fino al 31 dicembre 2011 su tutti gli strumenti diversi da titoli di Stato ed equiparati potrebbero scontare, alla successiva realizzazione, la maggiore imposta con effetti retroattivi. Per evitare questo possibile effetto, è concessa la possibilità di pagare in base ai prezzi del 31 dicembre 2011 l'imposta sostitutiva sulle plusvalenze maturate e non realizzate su tutte le singole posizioni (compresi i fondi comuni e le Sicav, e compresi i titoli di Stato ed equiparati per i quali la tassazione non cambia) in profitto, al netto delle minusvalenze maturate su quelle in perdita ed eventualmente delle perdite riportabili, con l'aliquota del 12,5%. Ciò vale nel regime amministrato (con apposita comunicazione che dovrà essere fatta alla banca) e in quello dichiarativo (con calcolo e pagamento in sede di Unico 2012). In sostanza con l'allineamento le posizioni in attivo vengono rivalutate pagandoci sopra le relative tasse (a prescindere dal fatto che possano perdere successivamente) e quelle in disavanzo vengono svalutate ai prezzi di carico, permettendo così di fruire di uno sconto sul tributo da pagare, ma esponendosi a maggiori imposte future nel caso di una ripresa dei valori. Nessun allineamento è previsto per le gestioni patrimoniali individuali (gli unici rapporti rimasti con il regime del "risparmio gestito" dopo che dal 1° luglio 2011 i fondi comuni e le Sicav sono passati alla tassazione per cassa) e per le polizze Vita, in quanto il regime transitorio prevede già un sistema "per maturazione". In linea generale avranno convenienza a procedere all'allineamento i titolari di dossier amministrati che presentino un valore complessivo al 31 dicembre 2011 superiore alla somma dei costi di sottoscrizione o acquisizione dei titoli.

Va ricordato infine che i redditi degli strumenti interessati dall'innalzamento dell'aliquota vanno tassati pro-rata (fino al 31 dicembre 2011 al 12,5% e dal 1° gennaio 2012 al 20%) nel caso delle obbligazioni bancarie, estere e di società italiane quotate. Per gli altri titoli, l'intero ammontare delle cedole scadute nel 2012 sarà tassato al 20%.

 

6) Controversi sono gli effetti del superbollo introdotto dalla manovra di stabilizzazione su fondi e Sicav. Come ha riportato Gianfranco Ursino su Plus24 di sabato 16 luglio a pag. 6, molte banche obbligano i titolari anche di sole quote di fondi e Sicav a dotarsi di un dossier quando invece non sarebbe necessario. La Circolare Abi diffusa il 29 luglio precisa che il TUF prevede che per i titoli che vengono immessi in un sistema di gestione accentrata (sistema gestito dalla Monte Titoli) l’intermediario apra un conto di deposito intestato al cliente, presso cui registra gli strumenti finanziari nonché il loro trasferimento, gli atti di esercizio e i relativi vincoli.

Ai sensi della relativa regolamentazione di attuazione CONSOB-Banca d’Italia sono immessi
obbligatoriamente nella gestione accentrata in regime di dematerializzazione:
a) gli strumenti finanziari (azioni, obbligazioni e fondi) negoziati nei mercati regolamentati italiani e nei
sistemi multilaterali di negoziazione con il consenso dell’emittente;
b) gli strumenti finanziari (azioni e obbligazioni) c.d. diffusi;
c) le obbligazioni e gli altri titoli di debito per i quali l’importo dell’emissione sia superiore a 150
milioni di euro.
In gestione accentrata possono essere immessi anche strumenti non dematerializzati, rappresentati da
titoli cartacei. In questo caso sono sottoposti al medesimo regime dei titoli dematerializzati, per
espresso rinvio normativo, per cui vige l’obbligo di apertura di un conto titoli.
In sintesi, quindi, i titoli sottoposti al regime di gestione accentrata sono obbligatoriamente depositati
presso un intermediario.
Per i titoli che non sono sottoposti al regime di gestione accentrata, vale il principio generale dettato
dal codice civile (art. 1838) che associa il servizio di amministrazione a quello di deposito e custodia.
Quindi, quando non ricorre un servizio di amministrazione, l’intermediario non è tenuto ad aprire un
conto deposito a nome del cliente; peraltro ciò può avvenire su richiesta del cliente, con la
conseguenza che un titolo dematerializzato o non dematerializzato può essere inserito in un deposito
in custodia e/o amministrazione.
Conseguentemente, la comunicazione emessa ai sensi dell’art. 119 del TUB potrà avere come oggetto
anche titoli per i quali non sussiste un obbligo di deposito. Può altresì accadere che la comunicazione
contenga informativa in merito a strumenti che non possono costituire oggetto di deposito presso gli
intermediari, ma che sono semplicemente “annotati” presso gli intermediari medesimi, come ad
esempio le quote di fondi comuni di investimento immesse nel certificato cumulativo ove trattasi di
fondi comuni italiani ovvero le quote/azioni di fondi e SICAV esteri annotate nel registro dei fondi e
SICAV esteri.
Quanto appena descritto pone in evidenza come le problematiche di ordine oggettivo non si
esauriscono tuttavia con la individuazione dei “rapporti” che danno origine a comunicazioni – in via di
presunzione emesse almeno una volta all’anno – per le quali si applica l’imposta di bollo di che trattasi.
Un aspetto che infatti viene ad assumere speciale rilevanza nella nuova configurazione della norma è
quello relativo alla individuazione di quali siano le attività finanziarie che effettivamente vanno
considerate in sede di verifica delle soglie quantitative stabilite ed al cui superamento scatta la debenza
di un maggior importo del tributo. La questione, che poteva considerarsi rilevante già in passato ai fini
della verifica del superamento della “franchigia” di mille euro, assume ora un peso assai maggiore tenuto conto dell’entità delle poste in gioco.
In tale prospettiva, la strada che dovrebbe garantire maggiore neutralità rispetto alle scelte degli
investitori appare essere quella di computare ai fini della verifica delle soglie solamente quegli
strumenti finanziari per i quali effettivamente sussiste un obbligo normativo che ne imponga il
deposito presso l’intermediario.

Ai sensi della relativa regolamentazione di attuazione CONSOB-Banca d’Italia sono immessi obbligatoriamente nella gestione accentrata in regime di dematerializzazione: a) gli strumenti finanziari (azioni, obbligazioni e fondi chiusi) negoziati nei mercati regolamentati italiani e nei sistemi multilaterali di negoziazione con il consenso dell’emittente; b) gli strumenti finanziari (azioni e obbligazioni) c.d. diffusi; c) le obbligazioni e gli altri titoli di debito per i quali l’importo dell’emissione sia superiore a 150 milioni di euro. In gestione accentrata possono essere immessi anche strumenti non dematerializzati, rappresentati da titoli cartacei. In questo caso sono sottoposti al medesimo regime dei titoli dematerializzati, per espresso rinvio normativo, per cui vige l’obbligo di apertura di un conto titoli. In sintesi, quindi, i titoli sottoposti al regime di gestione accentrata sono obbligatoriamente depositati presso un intermediario. Per i titoli che non sono sottoposti al regime di gestione accentrata, vale il principio generale dettato dal codice civile (art. 1838) che associa il servizio di amministrazione a quello di deposito e custodia. Quindi, quando non ricorre un servizio di amministrazione, l’intermediario non è tenuto ad aprire un conto deposito a nome del cliente; peraltro ciò può avvenire su richiesta del cliente, con la conseguenza che un titolo non dematerializzato può essere inserito in un deposito in custodia e/o amministrazione. Conseguentemente, la comunicazione emessa ai sensi dell’art. 119 del TUB che è il presupposto dell'imposta di bollo, potrà avere come oggetto anche titoli per i quali non sussiste un obbligo di deposito. Può altresì accadere che la comunicazione contenga informativa in merito a strumenti che non possono costituire oggetto di deposito presso gli intermediari, ma che sono semplicemente “annotati” presso gli intermediari medesimi, come ad esempio le quote di fondi comuni di investimento immesse nel certificato cumulativo ove trattasi di fondi comuni italiani ovvero le quote/azioni di fondi e Sicav esteri annotate nel registro dei fondi e Sicav esteri. Quanto appena descritto pone in evidenza come le problematiche di ordine oggettivo non si esauriscono tuttavia con la individuazione dei “rapporti” che danno origine a comunicazioni – in via di presunzione emesse almeno una volta all’anno – per le quali si applica l’imposta di bollo. Un aspetto che infatti viene ad assumere speciale rilevanza nella nuova configurazione della norma è quello relativo alla individuazione di quali siano le attività finanziarie che effettivamente vanno considerate in sede di verifica delle soglie quantitative stabilite ed al cui superamento scatta la debenza di un maggior importo del tributo. La questione, che poteva considerarsi rilevante già in passato ai fini della verifica del superamento della franchigia di mille euro, assume ora un peso assai maggiore tenuto conto dell’entità delle poste in gioco. In questa prospettiva, la strada che secondo l'Abi dovrebbe garantire maggiore neutralità rispetto alle scelte degli investitori appare essere quella di computare ai fini della verifica delle soglie solamente quegli strumenti finanziari per i quali effettivamente sussiste un obbligo normativo che ne imponga il deposito presso l’intermediario. In quest'ottica, secondo l'Abi i fondi e le Sicav non concorrerebbero al calcolo dello scaglione di riferimento per l'applicazione dell'imposta. Le banche potrebbero sfruttare questo argomento per proporre ai clienti fondi anzichè strumenti di risparmio amministrato. Però in base alla circolare dell'Agenzia delle Entrate non è pacifico che questa interpretazione dell'Abi sia quella più corretta, come ha rilevato Marco Piazza in un intervento sul Sole-24 Ore del 6 agosto, auspicando che sul punto si crei un comportamento uniforme condiviso dagli operatori.

Meno incerte sono invece le conseguenze del passaggio dell'aliquota dal 12,5 al 20% dei fondi comuni, Sicav, Etf e polizze Vita che investono in titoli di Stato ed equiparati. La parte di rendimento relativa a questi strumenti verrà infatti tassata al 12,5% anche dopo il 1° gennaio 2012. Ciò varrà anche per le polizze Vita rivalutabili che in gran parte investono i premi versati dai sottoscrittori in questa categoria di titoli. Tutto da vedere come si realizzerà questo scorporo della quota di rendimento relativa ai titoli tassati al 12,5%, che rischia di creare non poche complicazioni all'operatività degli intermediari interessati. La legge 148 prevede che la regolamentazione dello scorporo venga delegata a un decreto del Ministero dell'Economia. Per l'Ania resta "fuori di dubbio" che nei piani di risparmio a lungo termine (introdotti dalla manovra stessa ma non ancora definiti) debbano essere incluse anche le polizze Vita. Se così fosse, tutto il rendimento delle polizze, e non solo quello relativo ai titoli di Stato ed equiparati in portafoglio, verrà tassato al 12,5%. (si veda la circolare Ania allegata in fondo alla pagina).

7) Se, come pare, i fondi pensione resteranno tassati all’11%, rafforzeranno il loro privilegio fiscale rispetto agli strumenti finanziari. Tutto da scoprire poi il tema dell’incentivazione fiscale (12,5 anzichè 20% di aliquota anche dal 1° gennaio 2012) ai piani di risparmio a lungo termine diversi dai fondi pensione sui quali compare un accenno nella bozza di delega. Ma a questo scopo, come scriveva Luigi Zingales sul Sole-24 Ore del 3 luglio, occorre che nascano dei fondi comuni dedicati veramente al lungo periodo, caratterizzati da un basso turnover. Poichè non è prevista una delega a favore del ministero dell'Economia per la definizione di questi piani di risparmio a lungo termine, saranno gli intermediari interessati a doversi muovere per chiedere tramite interpello all'Agenzia delle Entrate se determinati strumenti rientrano o no in questa previsione. E' molto probabile che siano le associazioni di categoria (Ania, Assogestioni) a farsi carico dell'interpello.

8) Capitolo depositi bancari: anche qui non è detto che la riduzione della tassazione sugli interessi dal 27 al 20% si debba tradurre in un rendimento netto futuro superiore per i loro titolari. Perché non è affatto certo che i tassi lordi rimarranno gli stessi! Questi infatti dipendono dalle tendenze generali dei tassi a breve e dalle politiche commerciali delle varie banche. Quel che è molto probabile è che le banche online che in questi anni hanno puntato ai pronti contro termine come formula contrattuale per la gestione della liquidità per sfruttare l'aliquota 12,5 anzichè 27% dei conti di deposito dovranno rivedere le loro scelte (si veda l'intervista all'amministratore delegato di Fineco Bank Alessandro Foti, sul Corriere Economia dell'11 luglio a pag. 17). Perchè i pronti contro termine di importo superiore ai 50mila euro possono richiedere un dossier titoli che ora è gravato dal superbollo, i conti di deposito no, e soprattutto perchè la tassazione dei rendimenti dei Pct passerà dal 12,5 al 20%, come dirò dopo. Come analizzato da Gianfranco Ursino su Plus24 del 16 luglio a pag. 5, pare non esserci un obbligo di dotarsi di un dossier amministrato nel caso esso sia destinato a gestire solamente dei pronti contro termine, contratti i cui titoli che ne sono oggetto rappresentano una garanzia e non passano nella disponibilità del cliente (tant'è vero che risulta impossibile venderli). Da un'indagine sul campo realizzata dallo stesso Plus24 il sabato successivo a pag. 8 risulta che le banche sono in ordine sparso per quanto riguarda l'apertura di un deposito titoli per i soli pct. Il segretario generale di Assosim, Gianluigi Gugliotta, ha dichiarato su Plus24 del 6 agosto che nei pct la banca finanziata, pur perdendo la proprietà dei titoli, continua a detenerli e si impegna a custodirli per conto del cliente, e che questo qualifica il rapporto di deposito (con conseguente applicazione del bollo o superbollo a secondo degli importi). Se il singolo titolo sottostante non è correttamente individuato invece non si perfeziona il deposito e quindi verrebbero meno i relativi obblighi fiscali. Ad azzoppare ulteriormente i pronti contro termine ha però provveduto il DL 138 nel sancire la tassazione al 20% dei redditi di questi contratti nella parte di rendimento rappresentata dallo scarto tra prezzo a pronti del titolo e prezzo a termine, anche quando il loro sottostante è rappresentato da titoli tassati al 12,5% come i titoli di Stato ed equiparati. Per i Pct che non hanno per sottostante titoli di Stato, stipulati nel 2011 e scadenti nel 2012 occorrerà scomporre il rendimento da interessi in due parti: quella che matura fino al 31 dicembre 2011 tassata al 12,5%, e quella che matura dal 1° gennaio 2012 in poi che verrà tassata al 20%, come ha ben spiegato Marco Piazza sul Sole-24 Ore del 22 agosto.

9) Arriviamo alla manovra di stabilizzazione approvata dalla Camera il 15 luglio (legge 111/2011). Le misure introdotte dal Governo non solo innalzano il livello dell'imposta di bollo, ma ampliano l'ambito di applicazione ai depositi titoli presso intermediari finanziari diversi dalle banche. La citata circolare dell'Agenzia delle Entrate sembra confermare che il maxibollo deve essere applicato per le comunicazioni inviate non solo dalle banche e da Banco Posta, ma anche da tutti gli intermediari che intrattengono con la propria clientela depositi titoli come SIM, SGR e che in precedenza erano esonerati. Serve però un ulteriore chiarimento sull'applicabilità del bollo ai servizi di gestione patrimoniale (che la circolare Abi escluderebbe). Per quanto riguarda il livello dell'imposta, poi, gli emendamenti approvati al Senato il 13 luglio stemperano gli effetti sul risparmio che inizialmente avevo analizzato in base al dettato del DL 98. Non ci sarà convenienza a trasferire il piccolo risparmio dai dossier titoli verso i depositi bancari (al netto di quanto comporterà la convergenza al 20% delle aliquote di tassazione sulle rendite finanziarie), perchè l'imposta di bollo è destinata a restare pari a 34,2 euro per i depositi amministrati con giacenza inferiore ai 50mila euro. Anzi, come vedremo, i dossier di valore nominale inferiore a 10.000 euro rischiano di non pagare proprio nulla. Per i depositi titoli con giacenza compresa tra 50mila e 149.999 euro l'imposta di bollo passa da subito a 70 euro (230 euro da inizio 2013). Per i depositi titoli con giacenza compresa tra 150mila e 499.999 euro l'imposta di bollo passa da subito a 240 euro (780 euro da inizio 2013). Per i depositi titoli dai 500mila euro in su l'imposta di bollo passa da subito a 780 euro (1.100 euro da inizio 2013). In sostanza ci sarà (contrariamente a quanto comportava il testo del DL 98 pubblicato in GU il 6 luglio) una convenienza a lasciare attivi i depositi titoli su vari scaglioni di valore nominale anzichè a chiuderli e a concentrarli. In particolare, e al netto dei canoni fissi sui dossier titoli applicati dalle banche, la manovra spinge a dividere in due i dossier compresi tra 50mila e 100mila euro dal 2013 (con un risparmio di 170 euro) e da subito i dossier da 150mila a 300mila euro (con un risparmio di 100 euro fino alla fine del 2012 e 320 dal 2013) e fino alla fine del 2012 quelli da 500mila a un milione di euro (con un risparmio di 300 euro). Questo spezzettamento dei dossier titoli conveniente per vari scaglioni di valore nominale degli stessi fa sorgere l'esigenza di una rendicontazione unica, organica ed efficiente della ricchezza finanziaria di famiglia, realizzabile ad esempio con il Toolbox contenuto nell'offerta formativa di YouInvest. Una questione ancora controversa è quella della definizione dell'imponibile sul quale applicare l'imposta. Come riferito da Vitaliano D'Angerio e Gianfranco Ursino su Plus24 del 16 luglio a pag. 4, nel testo della manovra si indica il "valore nominale o di rimborso" degli strumenti contenuti in un dossier. Quindi non il valore di mercato (per altro difficile da determinare per una vasta serie di strumenti poco liquidi). Posto che non è difficile stabilire il valore nominale o di rimborso dei bond, come si misura l'imponibile nel caso degli Etf o delle azioni (atteso che per queste ultime in base all'art. 2346 del Cod. Civ. può non essere previsto un valore nominale)?. La circolare dell'Agenzia delle Entrate stabilisce che i titoli privi di valore nominale o di rimborso vanno conteggiati al costo d'acquisto, con ciò creando non pochi problemi alle procedure informatiche delle banche, che spesso non hanno questi valori indicati nelle rendicontazioni inviate ai clienti. La "no tax area" per i dossier amministrati potrebbe non essere fino a 1.000 euro (limite di esenzione in base al DPR 642/1972) ma, come rilevato da Fabrizio Vedana di Unione Fiduciaria, fino a 10.000 euro. Questo in base al combinato disposto della manovra di stabilizzazione, dell'art. 119 del TUB, e relative Istruzioni Bankitalia. La manovra all'art. 23 specifica infatti che il presupposto per l'applicazione dell'imposta di bollo sia l'invio di comunicazioni periodiche alla clientela. Le Istruzioni Bankitalia precisano che banche e clienti possano convenire che la comunicazione sia omessa quando il valore nominale dei titoli non superi i 10.000 euro. Sul punto però Gianfranco Ursino su Plus24 del 23 luglio a pag. 8 ha riferito di una volontà del ministero dell'economia di applicare anche al deposito titoli un codicillo (nota 3 ter dell'art. 13 comma 2 bis della tariffa 13 del DPR 642/1972) che prevede che l'estratto conto si considera in ogni caso inviato almeno una volta nel corso dell'anno. Se così fosse, la no-tax area verrebbe confermata a 1.000 euro. Più controversa è una questione sollevata da Luigi Guiso a pag. 22 del Sole-24 Ore di giovedì 14 luglio. In sostanza Guiso sostiene che un dossier amministrato con un solo titolo in giacenza non dovrebbe essere considerato tale, e quindi a seguito della manovra potrebbe sorgere un incentivo a investire in una sola attività finanziaria, risparmiando così il bollo (o superbollo a seconda degli importi). A parte che D'Angerio e Ursino su Plus24 del 16 luglio hanno sollevato dubbi (come me) sul fatto che il ministero dell'Economia possa propendere per questa interpretazione "lasca"; ma soprattutto, pur tenendo conto della tendenza all'autolesionimo di molti risparmiatori, dubito che in base alle regole Mifid una banca o una Sim si prendano davanti alla Consob la responsabilità di consentire a un investitore di concentrare 100mila o più euro in un solo bond o una sola azione. Secondo il professor Guiso, il superbollo creerebbe anche incentivi distorti a concentrare i titoli posseduti su una sola banca, portando così i risparmiatori a mettere le uova in uno stesso paniere. Chi ha 500mila euro in una banca e altri 500mila in un'altra con l'accorpamento dei dossier risparmierebbe 1.100 euro. Però per altri scaglioni di valore nominale dei depositi titoli abbiamo visto che c'è una convenienza alla divisione dei dossier, anzichè all'accorpamento. A parte questo, in presenza di patrimoni di una certa dimensione anch'io preferirei avere una pluralità di banche a cui fare riferimento, pur tenendo presente che il risparmio amministrato è sempre un patrimonio separato da quello di una banca e nel caso remoto di insolvenza di quest'ultima esso viene restituito ai clienti. Tra l'altro, per i privati benestanti una pluralità di depositi titoli può rispondere anche alla non trascurabile esigenza di non fare conoscere ad alcuna banca (e ai suoi dipendenti) la mappa completa della propria ricchezza. Attenzione poi al superamento degli scaglioni di applicazione dell'imposta di bollo (ricordando che sono necessari chiarimenti sulla determinazione dell'imponibile): a chi avrà poco più di 500.000 euro di titoli sul dossier qualche giorno prima della data di applicazione dell'imposta (che ricordo è la data di invio della comunicazione), converrà chiudere una piccola posizione e risparmiare con certezza 320 euro di tasse (pari alla differenza tra i 1.100 e i 780 euro di imposta dei due scaglioni a partire dal 2013). Analogamente si potranno comportare coloro i quali hanno depositi titoli di importo nominale leggermente superiore a 50 e 150mila euro. In base alla circolare dell'Agenzia delle Entrate, ai fini della valorizzazione del dossier non contano le operazioni intervenute durante il periodo di rendicontazione, ma solamente il valore nominale o di rimborso o il costo di acquisto dei titoli alla data di riferimento della comunicazione. In sostanza non importa se uno dei limiti di 50.000, 150.000 o 500.000 euro sia stato superato nel durante, perchè ciò che rileva è la valorizzazione di fine periodo. In prossimità dell'invio degli estratti conto, quindi, i clienti potrebbero vendere alcuni titoli, per riportare il valore del deposito sotto una delle tre soglie, con possibili effetti distorsivi sul mercato.

Occorre poi chiedersi quali saranno le conseguenze dell'eventuale aliquota unificata al 20% sulle obbligazioni bancarie, negli ultimi anni privilegiata e contestata (anche dalla Consob) fonte di finanziamento degli istituti di credito nei confronti dei risparmiatori. Se e quando la riforma entrerà in vigore con questa misura, le obbligazioni bancarie non avranno più alcun vantaggio fiscale rispetto ai depositi, e continueranno a esporre gli intermediari a oneri burocratici e organizzativi (prospetti informativi e compliance). Le banche potrebbero quindi avere convenienza a spingere l’acceleratore sui più semplici e garantiti depositi bancari (o sui vecchi certificati di deposito). Ma non vorrei che qualche banca inventasse i depositi strutturati! C'è poi tutta un'area grigia di obbligazioni bancarie non quotate emesse da piccoli istituti che non necessariamente devono essere imesse in un sistema di gestione accentrata in regime di dematerializzazione (Monte Titoli) e che come tali non necessitano di un deposito titoli soggetto a superbollo. Non vorrei che questa esenzione dovesse rappresentare un incentivo per queste banche per spingere emissioni che non brillano quanto a trasparenza; oppure per proporre polizze Vita inefficienti, visto che anche questi prodotti che si sottraggono certamente al superbollo. Un'ultima riflessione sui depositi titoli: da più decenni la politica economica di vari Governi ha cercato di promuovere l'azionariato popolare, come accaduto in occasione delle privatizzazioni. Ma anche le banche cooperative hanno per definizione una miriade di piccoli azionisti. L'aumento dell'imposta di bollo e l'innalzamento dell'aliquota sulle rendite dal 12,5 al 20% vanno a reprimere le forme esistenti di azionariato popolare. E' questo uno degli effetti desiderati dal Governo?

10) Alcune banche già attualmente coprono a loro spese il bollo sul dossier titoli. E’ il caso di alcune banche online che offrono pronti contro termine a tassi competitivi con quelli dei conti di deposito. Occorre vedere come si muoveranno queste banche alla luce dell'aumento immediato dell'imposta di bollo per i dossier con giacenza superiore ai 50mila euro: se opteranno per offrire i conti di deposito anzichè i pct (come si è visto al punto 8), o se terranno l’aggravio sui loro conti economici, oppure se lo scaricheranno interamente sul cliente, che così potrebbe constatare una maggiore onerosità dei pronti termine rispetto a quella dei conti di deposito (che continueranno a essere sottoposti all’imposta di bollo di 34,2 euro anche per importi superiori a 50mila euro). Occorre poi capire cosa succederà ai conti sottorubricati, con i quali più persone (tipicamente della stessa famiglia, ma non solo) detengono diversi dossier titoli che "a grappolo" fanno riferimento a un rapporto principale e a un unico estratto conto. L'aumento dell'imposta di bollo alzerà l'attenzione del Fisco su questi dossier, che possono prestarsi a pratiche elusive. Al riguardo, la citata Circolare dell'Agenzia delle Entrate precisa che ai fini del calcolo dello scaglione di riferimento, se il cliente intrattiene più rapporti di deposito con lo stesso intermediario, l'imposta è dovuta in relazione a ciascun deposito. Per il calcolo degli scaglioni, i depositi vanno disposti in ordine crescente; l'intermediario applicherà l'imposta dello scaglione superiore per la rendicontazione relativa al deposito di titoli che, cumulato con gli altri depositi, fa superare la soglia di 50.000, 150.000 o 500.000 euro. E' facile immaginare che per minimizzare l'impatto del bollo, il cliente sarà portato ad aprire un unico dossier titoli presso uno stesso intermediario (cosa che sarebbe stata saggia anche in passato). Il cumulo avviene in relazione ai dossier aventi la stessa intestazione; per i depositi cointestati, il valore complessivo deve essere conteggiato con riferimento ai depositi che risultino cointestati agli stessi soggetti; per il cumulo non rilevano poi le differenze di periodicità della rendicontazione, contrariamente a quanto aveva ipotizzato la circolare Abi.

Infine, vorrei sommessamente ricordare che un investitore che volesse evitare di pagare l'imposta di bollo potrebbe trasferire il suo risparmio amministrato del tutto legalmente presso una banca o un intermediario residente all'estero. A pensarci potrebbero essere soprattutto gli investitori con dossier titoli di giacenza superiore a 500mila euro, che dal 2013 si ritroveranno a pagare un'imposta di bollo di 1.100 euro l'anno. Se prendessero questa decisione dovrebbero però compilare ogni anno il quadro RW del modello Unico, calcolarsi e pagare le imposte sulle rendite finanziarie da soli, o passare da una fiduciaria. Ne vale la pena? A voi la risposta.

11) Da anni sento vari imprenditori chiedersi: "Perché dovrei investire i miei risparmi nella mia azienda? Per vederli tassare sui rendimenti al 27% di Ires più l’Irap quando invece se li investissi in attivi finanziari sarei tassato al 12,5% senza fare alcuna fatica?". La riforma in discussione potrebbe rendere meno efficiente questa alternativa. Ma solamente per gli strumenti finanziari diversi dai titoli di Stato ed equiparati. L’alibi non del tutto illegittimo degli imprenditori poco disposti a investire nella propria azienda può quindi resistere. Questa è a mio avviso una delle principali debolezze politiche della legge 148.

(*) Ho sottolineato le parti modificate/aggiunte con l'ultimo aggiornamento

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