I maldestri tentativi di disciplinare la consulenza agli investimenti

di Marco Liera (*) - 06/01/2013

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Identificare un modello ideale di consulenza finanziaria per i privati, un’area nella quale dominano varie distorsioni comportamentali, è impresa ardua. Una normativa abbastanza rivoluzionaria sul tema è entrata in vigore il 1° gennaio nel Regno Unito, sotto il nome di Retail Distribution Review (RDR). La riforma prevede che gli intermediari che prestano consulenza agli investitori privati siano remunerati esclusivamente dai clienti con parcelle (fees) e non dalle case prodotto (come le società di gestione di fondi comuni) con commissioni. La misura è stata voluta dalla FSA (Financial Services Authority), il regulator inglese del settore del risparmio, allo scopo dichiarato di allineare meglio gli interessi dei risparmiatori con quelli dei consulenti. Inoltre, ogni intermediario è tenuto dal 1° gennaio a dichiarare ai propri clienti se opera come independent o come restricted advisor. Per qualificarsi come independent, i consulenti devono essere in grado di analizzare e proporre soluzioni scegliendo tra tutti i prodotti disponibili, ,mentre i restricted advisors potranno limitarsi a un universo più piccolo, operando però sempre nell’interesse del cliente e facendosi in ogni caso pagare con una parcella. L’unica ipotesi in cui un advisor può percepire commissioni dalle società prodotto è quella dei consulenti restricted che offrono una “consulenza di base” (basic advice), formulata sulla base di un questionario che mira esclusivamente a valutare l’appropriatezza di un prodotto finanziario alle caratteristiche del risparmiatore. Nell’Unione Europea, dove si sta discutendo sulla nuova direttiva Mifid II che dovrà entrare in vigore del 2015, non è al momento previsto alcun obbligo comunitario analogo a quelli contemplati nella nuova disciplina del Regno Unito.
Poiché nel mercato inglese il ruolo di consulenti finanziari è stato tradizionalmente svolto da figure chiamate Independent Financial Advisors (IFA), l’entrata in vigore della RDR ha costretto tutti i professionisti intenzionati a restare nel business a convergere verso un modello di remunerazione fee-based e soprattutto a scegliere se continuare a qualificarsi come independent, adeguandosi ai nuovi requisiti, oppure a rassegnarsi a cambiare denominazione in restricted. Dai primi sondaggi emerge che nei primi dieci gruppi di consulenza finanziaria solamente due (Hargreaves Lansdown e AWD Chase de Vere) hanno adottato l’etichetta di independent, mentre tra gli altri otto (due dei quali erano restricted anche prima dell’entrata in vigore della RDR) emerge più di una ambiguità che non aiuta molto la trasparenza dei rapporti tra investitori e intermediari in questa fase di transizione verso la nuova normativa. Se le cose stessero veramente così, l’introduzione della RDR si rivelerebbe un mezzo fiasco per la FSA, che sulla base di un sondaggio condotto nel novembre scorso aveva stimato un 58% di IFAs intenzionati a restare independent adeguandosi ai nuovi requisiti.
Il fatto è che la RDR, come altre discipline introdotte in materia, è debole perché pretende di applicare un principio deterministico a un settore che di deterministico ha ben poco. Che vuol dire obbligare un intermediario ad analizzare tutti i prodotti disponibili sul mercato (e a collegarsi quindi alle varie piattaforme che li offrono) per qualificarsi come independent? I regulator hanno la tendenza ad aumentare controlli e requisiti ex-ante, appesantendo il lavoro dei consulenti e inducendo un aumento dei costi, probabilmente girati sui risparmiatori. Non credo che la consulenza di qualità sia legata al modello di remunerazione, né all’aumento degli obblighi di compliance e all’universo di prodotti disponibili. Credo sia più il risultato di una formazione seria e continuativa dei professionisti, e dell’applicazione di severi deterrenti per chi fa il furbo o semplicemente presta una consulenza di bassa qualità.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 6 gennaio 2013

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