Perchè la ricchezza degli italiani si sta riducendo

di Marco Liera (*) - 16/12/2012

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La deflazione degli attivi di proprietà delle famiglie italiane è un fenomeno in corso che è stato misurato dalla Banca d’Italia nel suo studio pubblicato giovedì. La perdita di valore di alcuni tra i principali investimenti dei privati si aggiunge alla circostanza che milioni di italiani non riescono più a risparmiare e di conseguenza attingono alle ricchezze già accumulate. Dalla fine del 2007, momento di picco massimo, alla fine del 2011, la ricchezza netta è arretrata del 5,8% in termini reali, mentre nel primo semestre del 2012 si è registrata un’ulteriore contrazione dello 0,5% nominale. Tenuto conto dell’inflazione del primo semestre 2012 (1,7%), l’impoverimento reale delle famiglie italiane dalla fine del 2007 è pari all’8%. Sempre al netto dell’inflazione, la ricchezza netta per famiglia è pari a 350mila euro, circa 40mila euro in meno rispetto al massimo storico.

Nel 2011 le famiglie italiane sono riuscite a risparmiare 44 miliardi di euro, ma hanno registrato svalutazioni complessive per 350 miliardi di euro, dei quali due terzi sono attribuibili alle attività finanziarie e un terzo al calo dei prezzi delle abitazioni. Il primo effetto è stato dovuto principalmente alla crisi del debito pubblico e alla diminuzione dei corsi dei titoli di Stato. Ma mentre i prezzi del reddito fisso domestico si sono ripresi durante il 2012, la stessa cosa non è avvenuta per quelli delle case e del mattone in generale. Secondo i dati Istat, nei primi sei mesi dell’anno i prezzi degli immobili sono scesi dell’1%. Una depressione immobiliare può sortire un notevole effetto sulla ricchezza delle famiglie, dato l’elevato peso del mattone nel portafoglio dei privati. Solo la ricchezza abitativa delle famiglie (prima casa più altre residenze di proprietà) è stimata in 5mila miliardi di euro. In totale le attività reali rappresentano il 62,8% della ricchezza lorda delle famiglie, per un controvalore di quasi 6mila miliardi di euro. Il 94% di questa cifra è rappresentata da fabbricati di vario tipo e terreni.

Ovviamente il mercato immobiliare è assai differenziato nel suo andamento. Anche negli ultimi due tormentati anni i prezzi di alcune case – pensiamo per esempio a tante residenze di lusso - si sono rivalutati. Ma nelle case del “ceto medio” non è andata e non sta andando così. I capannoni industriali si svuotano per la crisi delle imprese. E i negozi, se non sono in via Montenapoleone, via Condotti o altre zone top, devono affrontare fenomeni sempre più frequenti di morosità dei conduttori.

All’estremo, in alcune zone d’Italia aumentano i rischi di desertificazione immobiliare. Ossia situazioni in cui case e altre opere edili perdono qualunque attrattività. I costi fissi legati alla proprietà immobiliare, recentemente incrementati dall’Imu, rendono la proprietà stessa assai poco appetibile anche in aree in cui i valori per metro quadro sono scesi a livelli irrisori (anche al di sotto dei 500 euro). Per alcune di queste zone le uniche speranze sono rappresentate dall’improvviso risveglio di un interesse turistico. Più in generale, dietro il netto calo delle compravendite residenziali nel corso del secondo trimestre 2012 (-23,6% a un anno secondo i dati pubblicati in settimana dall’Istat) sta una forbice troppo ampia tra prezzi denaro e prezzi lettera. Poiché i primi non possono riprendersi, data la pessima dinamica dei redditi e il prosciugamento del credito bancario, c’è solo da aspettarsi che scendano i secondi. Più rapido sarà questo aggiustamento al ribasso, meno negativo sarà l’impatto sull’economia nel complesso. I venditori potranno rimettere in circolo rapidamente i corrispettivi incassati (ancorchè inferiori alle attese) e i compratori potranno ristrutturare le loro nuove residenze, facendo così respirare le boccheggianti imprese edili.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 16 dicembre 2012

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