Dejà-vu 6: una lettura disincantata della crisi tra favole e numeri

di Enrico Ascari (*) - 29/11/2012

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Raccontiamo favole che diventano numeri. Leggiamo numeri che sono favole. Il virtuale contamina il reale.

La crisi che da cinque anni piaga l’occidente sviluppato è di natura epocale. Sotto diversi profili è paragonabile a quella degli anni trenta dello scorso secolo; rimangono però profonde diversità. La prima è quella della complessità: il mondo è diventato un luogo di gran lunga più complesso, interconnesso, veloce.  Qualsiasi tipo di contagio, anche cognitivo, si diffonde con molta più rapidità.

La complessità è nemica della conoscenza e della comprensione. Va detto chiaro: le chiavi di lettura per capire   le dinamiche socio-economiche non si sono adeguate all’evoluzione del “reale”. Gli strumenti  tradizionali  di politica economica, se utilizzati, e se ne fa un uso smodato, possono portare ad esiti controproducenti e inaspettati. Sono favole che diventano numeri, con conseguenze reali spesso nefaste.

D’altra parte nella civiltà  della conoscenza è l’informazione che veicola la complessità e l’esito di gran lunga più probabile è quello della banalizzazione, nemica, a sua volta, della comprensione. I numeri sono interpretabili, manipolabili, possono diventare “favole” soprattutto se la narrazione che li accompagna è convincente. Questo vale per tutti, dalla pubblica opinione, ai policy makers, ai santoni della finanza.

E la “narrazione” è la materia prima dei mercati, assieme ai numeri, ovvio. I mercati sono il regno del “virtuale”, un  virtuale che contamina il reale in modo ben più diretto di quanto non potesse succedere negli anni trenta. Ma il virtuale può essere “controllato”, “dominato”, almeno pro tempore. Quella tra policy makers e mercati è una guerra.  Oggi vince chi seduce e manipola in modo credibile i mercati, perde chi va allo scontro frontale o  ignora l’avversario.

Dentro il labirinto

Semplificando all’estremo, la crisi è figlia del processo di globalizzazione degli ultimi trent’anni che la politica non è stata in grado di governare. Attenzione però, sono almeno tre gli aspetti della globalizzazione da considerare: quello dell’irradiamento tecnologico e dell’informazione, quello della liberalizzazione commerciale e, infine, quello finanziario. Dei tre, il più controverso in termini di rapporto costi-benefici è stato certamente il terzo.

Oggi siamo persi in un labirinto.L’uscita sembra irraggiungibile: il capo economista del fondo Monetario Internazionale Blanchard sostiene che”ci vorranno dieci  anni per uscire dalla crisi”; ma la mitica “crescita” (traduzione italiana: “sviluppo”) non si ottiene per decreto, come ben sappiamo a casa nostra. L’eredità che la crisi ci lascia è quella di alti livelli di debito, domanda debole, disoccupazione alle stelle, reddito stagnante, sistema bancario in ginocchio, frammentazione dell’euro; la guida politica è debole o assente e , comunque, non adeguata per gestire la complessità. Le politiche economiche sembrano controproducenti anche perché interagiscono con mercati finanziari autoreferenziali. Dobbiamo capire e accettare che ci vorrà molto tempo per uscire dalla crisi.

Velleitaria caccia al colpevole. Miti e favole della scienza economica

Di questa crisi sono state date innumerevoli, contradditorie, spiegazioni.  Mettendo al centro del mirino il mercato, c’è chi (neokeynesiani) individua nella sua mancata o inefficiente regolamentazione il cuore del problema. Viceversa i neoliberisti radicali considerano la cattiva o eccessiva regolamentazione imposta dalla politica come il primo responsabile di tutti i mali. La verità è che i cosiddetti “regolati” (i.e. le banche e affini) hanno nel corso del tempo espresso una poco encomiabile capacità di “catturare” i regolatori, ovvero, usando disinvoltamente l’innovazione finanziaria, una sopraffina abilità di inventarsi strutture e istituzioni (lo “shadow banking system”) che fossero fuori dal “radar screen” degli organi di controllo. La famiglia keynesiana ha poi  individuato negli squilibri globali tra risparmio e investimento una delle cause dell’eccesso di liquidità che ha inondato i mercati e alimentato bolle sequenziali. Come se si potesse imporre per legge ai paesi che consumano troppo o troppo poco di fare diversamente. Infine dentro il contenitore dei seguaci di Friedman (neo-monetaristi) c’è di tutto: da chi vede nell’eccesso di moneta e di debito il tumore che ha alimentato le metastasi (i rigoristi tedeschi e i millenaristi del Tea Party americano), a chi vorrebbe curare l’attuale stagnazione con ulteriori massicce dosi di medicina monetaria (e qui si aggiungono alla compagnia anche i neokeynesiani più radicali).

In definitiva manca il consenso. Bisogna ammettere  che i limiti della conoscenza non sono riconosciuti: le relazioni economiche sono poco capite, complesse e instabili. Il rapporto tra causa ed effetto è incerto. La capacità dei governi e delle banche centrali di condizionare le dinamiche dell’economia sono sopravvalutate, a maggior ragione nei periodi di crisi. E che gli economisti hanno troppo spesso ridotto la scienza economica ad ancella in  servizio permanente effettivo degli interessi dominanti: è necessaria una lettura economicamente non “ideologica” dei problemi e delle soluzioni.

L’economia “postmoderna: virtuale vs. reale

C’è poi un altro aspetto che è stato a lungo sottovalutato dalla scienza economica ufficialema che, dopo il trentennio della “intensificazione finanziaria”, è un elemento determinante da non trascurare per spiegare le vicende degli ultimi anni. E’ quello della contaminazione tra economia reale e mercati finanziari. Con l’enorme e incontrollata esplosione delle dimensioni e della complessità della finanza il ruolo originario del sistema finanziario è stato progressivamente relegato in un angolo. I mercati hanno affiancato alla tradizionale funzione di cani da guardia - coerente con la falsificata teoria dell’efficienza dei mercati - una varietà infinita di altre attività che ormai sono del tutto autoreferenziali. In breve, vale la famosa battuta di George Soros “ I fondamentali ce li facciamo noi”. Nell’economia “postmoderna” le aspettative di mercato diventano più rilevanti dei fondamentali reali della domanda e dell’offerta. Il mercato “diventa l’economia” in un processo autoreferenziale dove domina la riflessività. E’ il dominio del virtuale. Gestire la crisi attuale significa capire il modello di comportamento dei mercati e quale tipo di atteggiamento adottare. La seduzione e la  minaccia credibile sono armi migliori della velleitaria contrapposizione.

Politica fiscale: gli “orrori” dei policy makers. Il caso della Grecia

L’ FMI ammette pudicamente:“l’efficacia della politica fiscale nelle economie severamente depresse è limitata” (ottobre 2012). Su questo punto hanno ragione  i “neo-keynesiani”. Per ogni Euro di restrizione fiscale il PIL potrebbe ridursi di 1,5-1,9 Euro in un biennio, invece degli  0,5 previsti in precedenza. Il rigore sarebbe controproducente anche nei confronti della dinamica debito/PIL, soprattutto in periodi di depressione economica. Il concetto di moltiplicatore fiscale (o meglio, nel caso di specie, di “demoltiplicatore” fiscale!) è uno di quei meccanismi arcani e semplificatori che utilizzano gli economisti. Ovviamente funziona in modo bidirezionale e la sua “leva” è condizionata da numerosi fattori. Le modalità con cui si realizza una espansione/restrizione fiscale sono determinanti. Come lo è l’efficacia e la direzione degli strumenti di politica monetaria utilizzati in parallelo. Se è necessaria l’austerità fiscale, il taglio della spesa pubblica, piuttosto che un maggiore prelievo risulta essere una strategia con minori effetti collaterali sulla crescita del reddito. In definitiva  il rigore fiscale, se la politica monetaria è inefficace,  porta alla deflazione del reddito e dei salari, non del debito!

Il “salvataggio” della  Grecia è un buon esempio di politiche di estremo rigore fiscale che portano  dritte alla deflazione. Quella vera, non quella di cui si sproloquia a ogni piè sospinto, evocata come minaccia incombente per giustificare  le nuove eresie monetarie.

Il prodotto interno lordo, in cinque anni, si è ridotto di un quarto. L’inflazione “core” e quella dei prezzi alimentari è diventata negativa. I salari nominali, dal 2010,sono calati in media del 12%  e la loro crescita dal 2001 è tornata ad allinearsi a quella media europea. Troppo poco dirà ancora qualcuno. In parallelo il credito al settore privato si prosciuga e i non performing loans di quello che rimane delle banche sono a livelli stellari. Qui i numeri non sono favole sono chiari e impressionanti. La Grecia doveva essere “punita” e merita l’olio di ricino europeo.

Il caso americano: politica monetaria e fiscale: oltre ogni limite!

Volgiamo ora lo sguardo agli Stati Uniti, il paese dove è politicamente scorretto crescere a ritmi inferiori al 3% annuo, il laboratorio dove si combinano le politiche monetarie e fiscali più espansive a livello globale. E’ ovvio, con il signoraggio del dollaro possono fare il bello e il brutto tempo. Quattro numeri: prelievo fiscale /PIL al 30%; spesa pubblica/PIL al 39%; tassi a zero; la Fed controlla ormai il 20% del mercato obbligazionario. Nessuno sa a quanto ammonti effettivamente il buco nelle finanze e il debito attuale e prospettico. I numeri di oggi ci danno un deficit al 9% del PIL e un debito che viaggia attorno al 100%. Ma se aggiungiamo le passività future certe c’è chi colloca il paese nel gruppo definito del “cerchio di fuoco”(Bill Gross di Pimco), cioè dei paesi caratterizzati da una situazione fiscale insostenibile.

Gli americani, grazie alla Federal Reserve, sono alla “nuova frontiera” dell’espansione monetaria. Bernanke,  il discepolo che ha  superato il maestro (Greenspan), ha un duplice obiettivo dichiarato : crescita  e inflazione, tra loro in contraddizione, secondo qualche sacro testo. Da tempo ormai questa missione trova la sua massima sintesi nella  manipolazione dei mercati finanziari, da realizzarsi con  un’ accurata gestione delle aspettative. La finalità è duplice: da una parte alimentare un domestico “effetto benessere”, altrimenti chiamato “effetto ricchezza”, che deriverebbe dall’artificiosa compressione dei tassi d’interesse (in particolare quelli sul debito ipotecario) e dal parallelo incremento dei prezzi di borsa. Ne conseguirebbe  lo  stimolo a spendere sempre di più, non dissimile, in termini di logica distorta, da quanto si è realizzato con l’accoppiata Bush- Greenspan nei primi anni 2000, dopo lo scoppio della bolla della tecnologia. Dall’altra, inoculando massicce dosi di dollari nel sistema finanziario internazionale si rafforza il potere di signoraggio della divisa americana, distorcendo i flussi di capitale e favorendo le corporation a stelle e strisce che dominano i mercati globali.

Qual è la veritas americana? Il mito dello sviluppo, tanto evocato anche dai liberisti di casa nostra è fasullo, una favola. Crescita di cosa? Non certo dei redditi reali delle famiglie. Negli ultimi venti anni si sono impennati solo i profitti  delle multinazionali e del “quarto fattore di produzione”, il top management, non certo i redditi e la ricchezza del ceto medio. Al netto dell’effetto demografico e della droga del debito la crescita si riduce notevolmente e non risulta dissimile da quella di altri paesi occidentali.

Oggi a Washington  incombe l’incubo  del  “fiscal cliff”, il precipizio fiscale. Che poi non è niente altro che l’obbligo per il Congresso di trovare un compromesso per ridurre entro fine anno un budget pubblico largamente fuori controllo. Somiglia molto ai nostrani tagli lineari (Tremonti docet!). Tagli che, in assenza di accordo, valgono il  4% del PIL e porterebbero gli Usa in recessione.  Un aggiustamento che l’economia italiana si è dovuta sciroppare, anche di recente, in ben più di una occasione. Gli Stati Uniti  sono un paese nel quale una fiscalità meno squilibrata (oggi è un paradiso per ricchi!) e una spesa pubblica più qualificata verso sociale e infrastrutture dovrebbero far parte della strategia di rientro fiscale.

Francia: il vero malato d’Europa?

Questa è la questione che si è posta l’autorevole settimanale The Economist, che ha una lunga tradizione di copertine e previsioni, spesso clamorosamente  smentite dagli eventi successivi.  La Francia è l’incubo dei liberisti radicali. Ha,  non è certo la prima volta, un governo socialista; sindacati inattaccabili e una spesa pubblica che vale il 55% del PIL. Cresce poco, è vero, ma più o meno come tutti. Non sarà un indizio sicuro ma la borsa di Parigi, dagli anni ’70 ad oggi, sembra  abbia fatto perfino meglio di Wall Street. Saranno anche numeri, manipolabili finchè si vuole. Rimane il fatto che , malgrado qualche tentennamento dei mercati e un sistema bancario non certamente immacolato, il tesoro francese si indebita allo 0,9% a cinque anni.

Dove sono i famosi “cani da guardia” dei mercati, evocati anche di recente dall’Economist? La Francia sarà anche  il prossimo malato d’Europa, ma  ci offre qualche indicazione. E’ vero, un eccessivo peso del settore pubblico, a parità di altre condizioni, sembra avere un effetto deprimente sulla crescita. Molto dipende però dalla “qualità” della spesa e dall’efficienza della pubblica amministrazione, oltre che dalla volontà di difendere intelligentemente la grande industria strategica nazionale in uno scenario nel quale l’alternativa è la deindustrializzazione.

Italia: numeri e favole, un esempio.

La lettura comparata dei documenti di programmazione economico e finanziaria dei Governi (ieri DPEF, oggi DEF) che si sono succeduti nel corso dell’ultimo ventennio (e anche prima), rappresenta forse il più cristallino esempio del rapporto tra virtuale e reale, tra favole e numeri. Oltre a fornire la prova provata della necessità  di cambiare nel metodo e nel merito l’approccio ai problemi di finanza pubblica. Cosa che il Governo Monti forse non poteva fare e non ha certamente fatto. Volete una prova? Leggiamo l’intestazione del DPEF di Prodi del 2006 “Crescita, Risanamento, Equità” e confrontiamola con il  “Rigore, Crescita, Equità” di quello Monti del 2012. Purtroppo, invertendo l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.

Nel 2006 il mitico obiettivo del pareggio di bilancio era da raggiungere nel 2011. Nel frattempo abbiamo drenato risorse dall’economia per oltre duecento miliardi (le “manovre”), il 13% circa del PIL corrente, ma l’elusivo “pareggio” è stato, come sempre,  mancato (l’indebitamento netto del settore pubblico era previsto pari allo -0,1% del Pil, risultato: -3,9%).

Se misuriamo  gli scostamenti sulle previsioni per il 2014, tra il DEF redatto ad aprile 2012 dal Governo dei tecnici,  con il documento di aggiornamento dello stesso, dato alle stampe in settembre (solo quattro mesi più tardi!) leggiamo dei numeri agghiaccianti. Quasi nessuno, però ha avuto il coraggio di dirlo, apertis verbis. Nel giro di poche settimane le stime sul 2014 vedono l’indebitamento netto peggiorare dallo -0,1% del Pil al -1,5%, il debito aumenta di altri 200 miliardi (dal 118 al 125% del PIL) e la previsione del prodotto interno lordo viene limata al ribasso  di un 2,6%. L’ennesimo frenetico ridimensionamento degli obiettivi avviene, una volta di più, malgrado ulteriori manovre previste nel biennio di oltre cento miliardi. O forse proprio per questo.

Morale della storia. La continua rincorsa al pareggio è velleitaria, le politiche di rigore in “astratto” sono controproducenti. E’ la conferma che il governo dei tecnici, sia pure in buona fede e sotto costrizione,  ha commesso un grave errore. Certificato ufficialmente ma tardivamente dall’FMI. A poco vale difendersi con la favola che i “saldi strutturali” (quelli che guarda l’Europa, corretti per il ciclo economico) sono “in sicurezza” (altra pericolosa affermazione che evoca brutti ricordi…) e i migliori a livello di Eurogruppo. Sono l’ultima bufala perché non siamo in un normale ciclo negativo, ma in uno stato di strutturale stagnazione economica.

Le favole (della politica di bilancio e degli strumenti “convenzionali” utilizzati) diventano numeri (reddito che cala, imprese che chiudono, disoccupazione, povertà, fuga dal paese, ecc.). I numeri, diventano favole,  soprattutto se la narrazione che li accompagna è convincente e se chi li “narra” ha una adeguata credibilità  da spendere. Il grande seduttore Mario Monti conosce i suoi avversari. I numeri sono sempre uguali (anzi sono molto peggio) ma dove sono oggi i “bond vigilantes”scatenati un anno fa? Il “virtuale”, rappresentato dal bene immateriale più prezioso per i mercati, la fiducia, domina il “reale”. Speriamo solo che duri!

Conclusioni disincantate

La crisi è globale ma con specificità locali. Domina la complessità e urge la semplicità, soprattutto nel sistema finanziario, che andrebbe drasticamente ridimensionato. E con esso anche gli ipertrofici apparati delle burocrazie nazionali e sovranazionali. Bisogna usare le politiche macroeconomiche in dosi omeopatiche e agire selettivamente a livello microeconomico. Dobbiamo accettare i tempi lunghi necessari per vedere il prossimo “cambio di paradigma”, il “game changer” che cambierà di nuovo le regole del gioco dello sviluppo economico.  Le modalità della crescita cambieranno, come sempre è successo. Quella del passato non è più a portata di mano.

Il nostro paese, a differenza di altri,  ha una necessità irrinunciabile di “affamare la bestia” e di liberare  gli “animal spirits”. Non tanto perché questi siano “paradigmi” da sposare in assoluto. Abbiamo visto che non è sempre vero. Piuttosto perché non ha mai vissuto, nel corso della sua breve storia unitaria non dico un decennio, ma neppure un anno, di liberismo “puro e duro”, che spazzasse via, almeno pro tempore, gli eccessi nefasti di una burocrazia pubblica totalmente autoreferenziale, dello statalismo e del corporativismo più retrivo. Che pulisse le arterie del paese, grazie all’alternanza vera degli interessi. Non succederà neppure questa volta, malgrado il clima da fine impero che incombe,  ed è questo il motivo per cui dobbiamo ragionevolmente guardare alla Francia, più che alla Germania o agli Stati Uniti.

(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

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