Il portafoglio di mercato come guida per l’asset allocation

di Nicola Zanella - 14/11/2012

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In presenza di strumenti finanziari privi di rischio, la Teoria finanziaria ritiene che per costruire/diversificare i propri risparmi siano necessari solamente «due panieri per tutte le uova»: un portafoglio contenente appunto titoli non rischiosi (risk-free) e un portafoglio formato da titoli rischiosi.
Il fatto interessante è che, secondo determinate ipotesi, il portafoglio rischioso dovrebbe essere lo stesso per ogni investitore (con i titoli contenuti nelle stesse proporzioni), tanto da essere definito «portafoglio di mercato».
Ciò che dovrebbe differenziare i vari investitori è invece la ripartizione tra portafoglio risk-free e portafoglio di mercato: la percentuale di risparmi dedicata al primo portafoglio cala quando aumenta l’appetito per il rischio del singolo investitore.
Se una proxy comunemente accettata per la componente risk-free è un portafoglio di obbligazioni statali a brevissimo termine, maggiori problemi si sono incontrati nel definire il portafoglio di mercato, sia per la complessità di scelta tra i vari asset disponibili (es. il capitale umano di un lavoratore deve essere considerato?), sia per i dati a volte imprecisi o incompleti riguardanti la capitalizzazione delle varie classi di attività.
Conoscere la composizione del portafoglio di mercato ci permetterebbe di disporre di un benchmark nella definizione di quella che in gergo tecnico viene chiamata asset allocation strategica, ossia la ripartizione percentuale delle varie asset class all’interno del portafoglio.
Ci dovrebbero essere infatti dei buoni motivi personali per costruire un portafoglio finanziario molto differente da quello dell’investitore medio. Quindi, da che cosa è formato questo portafoglio?
In questi giorni, è stata pubblicata una ricerca accademica che cerca di rispondere a questa domanda molto importante.
Con una visione globale, gli autori di questo studio stimano che a fine 2011 il portafoglio di mercato, in dollari, valesse qualcosa come 83.5 trilioni di dollari. Questo portafoglio di mercato comprende 10 asset classes: azioni (equities), private equity, real estate, high yield bond, bond dei paesi emergenti, bond corporate, obbligazioni statali, bond indicizzati all’inflazione, commodities e hedge funds. Di seguito, la ripartizione del portafoglio globale a fine 2011.
Figura 1

Questa è una stima statica del portafoglio di mercato a livello mondiale. Gli autori della ricerca hanno cercato di stimare anche i cambiamenti nel tempo del portafoglio. Per mancanza di dati, hanno dovuto considerare come titoli rischiosi per il loro portafoglio solo le quattro asset class principali: azioni, bond statali, obbligazioni non governative e real estate.
Sono stati così in grado di ricostruire la composizione del portafoglio globale dal 1959 al 2011.
Di seguito la tabella con i dati.
Figura 2 

Come si nota, oggi per la prima volta dal 1959, la percentuale dedicata alle azioni non supera quella dei bond statali. Gli anni novanta del secolo scorso sono stati certamente un periodo molto favorevole all’investimento in azioni (ricordate il libro Stocks for the long run del 1994?). Se a fine 1990 le azioni contavano per il 51,4%, nel 1999 valevano il 63,2%, vicino al record assoluto del 1968 (64,1%). A fine 2011 però la percentuale di azioni era scesa più che per ogni altra asset class, fino a raggiungere il valore minimo di 37,1%.
L’asset class che è più cresciuta, anche nell’ultimo decennio, è rappresentata dai titoli obbligazionari statali, oggi vicini al massimo storico del 1982 (37,3%).
Ad agosto, il grande gestore obbligazionario Bill Gross di Pimco, ha scritto che il culto delle azioni sta morendo, alla luce anche del fatto che i rendimenti relativamente alti ottenuti nel novecento in alcuni mercati finanziari (tra cui gli Stati Uniti) sembrano impossibili da ottenere nei prossimi anni/decenni.
I dati di questa recentissima ricerca non sembrano dargli torto.

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