Dopo 30 anni il buono postale ha moltiplicato per più di 17 volte il capitale investito

di Marco Liera (*) - 28/10/2012

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Alzi la mano chi è riuscito a moltiplicare il capitale investito per più di 17 volte negli ultimi 30 anni, ottenendo un rendimento annualizzato del 10% netto. Senza pagare commissioni, sostenendo costi psicologici e informativi molto bassi e potendolo liquidare in qualsiasi momento senza perdite.
Tra i pochi che possono vantare un risultato come questo, pari a quasi il 6% annuo al netto dell’inflazione, vi sono i pazienti risparmiatori che sottoscrissero il Buono fruttifero postale (Bfp)  serie “O” nel lontano 1982, e che lo hanno detenuto fino ai giorni nostri. Per il combinato disposto del regolamento dell’emissione e delle variazioni delle condizioni in seguito intervenute,  questi buoni (esenti da imposte in quanto emessi prima del 1986) matureranno il massimo valore di rimborso esattamente tra quattro giorni, il 1° novembre 2012.
La storia di questo buono, al di là del risultato stellare di chi ha aspettato 30 anni per riscuoterlo (ai quali, nel caso dei sottoscrittori defunti, sono subentrati gli eredi), è un prezioso laboratorio di finanza comportamentale, ricostruibile grazie ai dati comunicati dall’emittente, la Cassa Depositi e Prestiti. Il taglio minimo all’emissione era di 50mila lire e come tutti i buoni dell’epoca, fu emesso in forma cartacea. Ciò significa che – a differenza di quanto accade con i titoli attuali, dematerializzati – quasi tutti i sottoscrittori l’hanno custodito in casa, fino al rimborso. Solamente una minima parte dei sottoscrittori di questi buoni ha provveduto alla loro dematerializzazione, che potrebbe essere sintomo di una preferenza verso la tangibilità dei titoli (pur sempre nominativi e quindi protetti in caso di smarrimento o furto), piuttosto che di semplice inconsapevolezza della possibilità di trasformazione.
Ovviamente, solo una parte dei sottoscrittori ha mantenuto il titolo per 30 anni. Lo stock residuo, a settembre 2012, del buono fruttifero serie “O” del 1982, è pari al 9% dell’importo emesso iniziale, che fu pari a 2,3 miliardi di euro.  Nel corso della vita dei BFP i rimborsi hanno seguito un andamento discendente: nel primo decennio è stato rimborsato circa il 69% dell'emesso iniziale, nel secondo decennio è stato rimborsato circa il 15% e nel terzo e ultimo decennio circa il 7%. L'andamento dei rimborsi sembra essere stato influenzato solo in parte dalle vicende che hanno interessato (e spesso tormentato) l'economia italiana: nel 1992, anno in cui la Repubblica italiana (garante di ultima istanza dei buoni) arrivò a un passo dal default, i rimborsi furono sostanzialmente pari al livello dell'anno precedente, a differenza del trend discendente sempre osservato sia negli anni immediatamente precedenti sia in quelli successivi; nel 2002/2003 si osserva un incremento dei rimborsi, forse dovuti a timori (ovviamente infondati e che ancora oggi sono oggetto di quesiti da parte di alcuni risparmiatori) legati ad incertezze per la conversione in euro di titoli emessi in lire.
Si può facilmente ipotizzare che nel 1982 neppure quel 9% di sottoscrittori che hanno mantenuto il titolo per 30 anni avevano la certezza di poterlo fare. In vari studi emerge la strutturale difficoltà dei risparmiatori di tutto il mondo a confrontarsi ex-ante con orizzonti temporali così lunghi. Ex-post è accaduto che quel 9% ha aspettato  il momento più redditizio per liquidare il proprio investimento: un nominale di complessivi 210 milioni che si sono trasformati in 3,6 miliardi di euro. Aspettare non è stata un’impresa da poco perché oltre a non aver dovuto fronteggiare necessità personali di liquidità, questi risparmiatori hanno dimostrato sufficiente freddezza nei confronti delle varie crisi finanziarie degli ultimi 30 anni. Certo, il rendimento ha avuto molto probabilmente un ruolo fondamentale: nei primi anni esso era – relativamente ai titoli di Stato - insufficiente a compensare il rischio emittente e l’inflazione dell’epoca (tra l’altro nel 1987 le condizioni vennero riviste al ribasso), ma a partire dagli anni 90 è diventato terribilmente competitivo grazie anche al meccanismo di step-up tipico di tutti i buoni. Basti pensare che negli ultimi 10 anni il rendimento di questi Bfp è stato pari al 12% annuo (sia pure in regime di capitalizzazione semplice).
Il 1° novembre si chiude quindi la redditizia storia dei buoni serie “O”. Dal giorno successivo essi cesseranno di produrre interessi, e decorrerà il termine di prescrizione di 10 anni. I felici sottoscrittori che chiederanno il rimborso nei prossimi giorni potranno stappare champagne con amici e parenti, e riceveranno la proposta di reinvestire il ricavato in buoni postali di nuova emissione. Che sono assai meno redditizi, per via di un rischio di credito che nonostante le recenti oscillazioni sui BTp è stimato dal mercato più contenuto rispetto ai decenni passati e un’inflazione sensibilmente più bassa (3,2 contro il 16,3% del 1982) e sotto controllo.

 (*) Pubblicato in versione più breve sul Sole-24 Ore del 28 ottobre 2012

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