Grazie a Draghi e Bernanke, ma anche a milioni di italiani

di Marco Liera (*) - 16/09/2012

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Bce e Fed hanno evitato il peggio, ma determinanti sono stati anche molti italiani. Milioni di concittadini ai quali qualcuno dovrebbe dire grazie, senza alcuna retorica. La maggiore stabilità raggiunta dai mercati è dovuta anche alle decisioni dei risparmiatori e degli investitori istituzionali che nei mesi scorsi hanno mantenuto o incrementato le posizioni in attivi domestici (dai BoT ai BTp, al risparmio postale e ai depositi bancari) mentre gli stranieri le alleggerivano.

La crisi non è finita qui, va detto subito. Le recenti, acclamate mosse delle banche centrali sono solamente una tappa verso una “normalizzazione”;  posto che sarebbe meglio non aspettarsi mai nulla di “normale” dai mercati finanziari, che per loro natura amano gli estremi e gli eventi drammatici a grande impatto (i famosi cigni neri). I rischi di default dell’Italia e/o di disgregazione dell’euro non si sono azzerati, tanto per essere chiari. Ma ogni tanto fa bene fermarsi un attimo e ripensare a “cosa sarebbe potuto succedere se…”. 

Per chiunque sia residente in questo Paese (ma non solo, pensando alle interdipendenze delle economie e dei mercati) e abbia intenzione di restarci, una buona parte del benessere futuro è condizionata dalla solvibilità della Repubblica italiana. In Italia è residente il suo capitale umano (il principale attivo per la maggior parte delle persone), e in Italia percepirà una pensione (o continuerà a percepire quella attuale). Nei mesi scorsi su questa rubrica, pur ricordando che la diversificazione internazionale degli investimenti è un’ottima idea che serve a ridurre la volatilità nelle fasi di grande tensione, avevo messo in evidenza i crescenti limiti di questa strategia nei mercati sempre più interconnessi. Da una parte ci sono forti dubbi sulla reale efficacia della diversificazione nel difendere i risparmi negli scenari Armageddon. Non è un caso che le autorità di Stati Uniti e Cina si siano fatte sentire più volte negli ultimi mesi per evitare che il Vecchio Continente finisse nei guai. Dall’altra parte, ogni spostamento (assolutamente lecito) di capitali su attivi esteri aumenta al margine il rischio di insolvenza dell’Italia e in questo modo minaccia il benessere futuro di tutti i residenti nel Paese, ivi inclusi quelli che hanno voluto “mettere al sicuro” i risparmi oltrefrontiera.

A leggere i dati più aggiornati della Banca d’Italia, si ricava che gli investitori domestici hanno forse diversificato, ma con saggezza. Se c’è stata fuga di capitali, è da attribuire agli stranieri. Dall’estate 2011 l’aumento delle tensioni ha determinato forti cessioni nette di titoli di Stato da parte degli investitori esteri (pari a 73 miliardi nell’intero 2011), concentrate nei comparti dei BTp e dei BoT; la quota di titoli pubblici detenuta dall’estero è diminuita del 7% (al 46 per cento, il livello più basso dal 2005). Consistenti investimenti netti nei BTp sono stati invece effettuati da famiglie, assicurazioni e banche italiane (per 39, 28 e 20 miliardi, rispettivamente). I BoT sono stati acquistati prevalentemente dalle famiglie e dalle banche (per 14 e 7 miliardi, rispettivamente). Se si tiene conto anche dei titoli di Stato italiani detenuti da gestioni patrimoniali e fondi comuni amministrati da operatori esteri ma riconducibili a risparmiatori domestici la quota di titoli pubblici italiani che fa capo a investitori esteri era pari alla fine del 2011 al 40%, in calo di sette punti percentuali rispetto a un anno prima. Nei primi due mesi del 2012 gli operatori esteri hanno continuato a effettuare vendite nette di titoli di Stato italiani a medio e a lungo termine, in parte compensate da acquisti netti di titoli a breve. Nel primo trimestre del 2012 vi sono stati consistenti acquisti netti da parte delle banche italiane (per 70 miliardi), anche a seguito dei generosi finanziamenti della Bce.

Domani è un altro giorno, si vedrà. Ma intanto chi non si è fatto prendere dal panico può sommessamente esultare. In molti si lamentano - giustamente - della situazione economica, ma il 2012 non è per ora un pessimo anno per gli investimenti. Almeno per chi ha evitato di mettere i soldi sotto il materasso.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 16 settembre 2012

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