La pensione di domani e l'ostacolo del lungo periodo

di Marco Liera (*) - 02/09/2012

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Presi dal quotidiano “noise” che proviene dai mercati, dalla crisi dell’euro e dei debiti sovrani, i risparmiatori rischiano di dimenticare che le loro decisioni finanziarie di oggi possono dare luogo a conseguenze per i prossimi decenni e anche per il benessere delle generazioni future. Decidere guardando al cosiddetto lungo periodo è però una delle attività più innaturali che ci possano capitare. Perché i nostri meccanismi mentali risentono del fatto che nei millenni passati la speranza di vita di uomini e donne è stata pari a meno della metà di quella attuale, e l’orizzonte temporale al quale si guardava non si spingeva oltre quello in cui era necessario procurarsi il cibo e l’acqua con i quali sopravvivere. Millenni in cui  l’accudimento dei figli terminava molto precocemente, e non esisteva solidarietà intergenerazionale.

Nel giro di poco più di un secolo (che è un’inezia nella grande storia dell’uomo e della sua evoluzione) ci siamo ritrovati a dover prendere decisioni immaginando che non è irrealistico superare gli 80 anni di vita, e pensando di dover mantenere figli (e magari nipoti) per decenni. Anche per questo sono nati i sistemi pensionistici moderni, che però sono finiti per lo più in crisi. La risposta a queste crisi è stata la responsabilizzazione individuale rispetto al benessere familiare di lungo termine. Tramite gli strumenti di previdenza integrativa si stanziano volontariamente risorse, che saranno disponibili per il momento in cui fisicamente e intellettualmente non saremo più in grado di produrre un reddito da lavoro o da impresa.

Alcuni dati ci mostrano che gli orizzonti temporali con i quali gli individui si stanno misurando nelle loro decisioni finanziarie si stanno allungando, ma non troppo. A conferma dell’umana difficoltà a confrontarsi con piani di lungo periodo, la Covip nell’ultima Relazione Annuale ci dice che i tassi di adesione ai fondi pensione sono pari a un magro 18% tra gli under 35 (proprio quelli che avrebbero più bisogno di accantonare risorse per la pensione, ma sono bloccati dalla precarietà oltre che dagli happy hours) che diventa 34% tra i 45-64enni. Cioè quelli che sentono la pensione più vicina e hanno già risparmi da parte da destinare allo scopo.

Tutto ciò è abbastanza normale. Contrariamente a quanto suggerisce il comune buon senso, non esiste alcuna relazione tra orizzonte temporale di investimento e età degli investitori. Uno degli studi più approfonditi sull’argomento (quello di James Dow di California State University, 2008) mostra che il 55% degli investitori tra i 41 e i 60 anni dichiara un orizzonte temporale di investimento superiore ai cinque anni, percentuale che scende al 37% tra quelli con meno di 40 anni.

I fondi pensione non sono – tanto meno in Italia – strumenti che “blindano” definitivamente i risparmi. Esistono varie modalità di liquidazione anticipata, anche in relazione a periodi – purtroppo sempre più frequenti – di prolungata disoccupazione. Forse non c’è una sufficiente consapevolezza di queste possibilità, ma che dire della scelta di un numero non trascurabile di lavoratori (per lo più giovani) di riscattare gli anni di laurea presso l’Inps? Si tratta di versamenti onerosi (qualche decina di migliaia di euro rateizzabili in dieci anni) di cui non è veramente possibile fruire fino al momento del pensionamento (sempre più lontano dopo la riforma Monti-Fornero). In base ai dati comunicati dall’Inps, sono stati più di 154mila i lavoratori che hanno deciso per il riscatto dal 2004 al 2011. Anni in cui con il riscatto si puntava a una anticipazione dell’età di pensionamento a livelli attraenti. Ma con le nuove regole il riscatto serverà soprattutto a rimpolpare un assegno che in ogni caso si allontana; al prezzo però di concentrare ancora di più il rischio della propria pensione futura, che dipenderà dalla solvibilità e – in base al sistema contributivo – dalla crescita economica dell’Italia. Se ci sono risparmi da destinare al lungo periodo, altre soluzioni (tra le quali gli stessi fondi pensione, o anche un banale fai-da-te con obbligazioni inflation-linked) consentono più flessibilità e maggiore diversificazione.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 2 settembre 2012

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