Come investire nelle recessioni (e nelle pseudo-espansioni)

di Marco Liera (*) - 26/08/2012

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Come era prevedibile, Barack Obama si accinge a terminare il suo primo mandato da presidente degli Stati Uniti con quotazioni di Wall Street ampiamente superiori a rispetto a quelle della sua nomina. Il suo arrivo alla Casa Bianca aveva coinciso con il minimo del secondo peggior bear market della storia. Tra il massimo storico del Dow Jones dell’ottobre 2007 (14.093) e il minimo di inizio marzo 2009 (6.627) il crollo era stato del 53%, inferiore solamente al -89% registrato tra il settembre 1929 e il luglio 1932. Alle quotazioni di venerdì 24 agosto, il Dow Jones è praticamente raddoppiato rispetto al minimo del marzo 2009 (+97%). I massimi dell’ottobre 2007 però non sono stati - per ora - riagguantati.

Fin qui nessuna sorpresa. Il quasi quadriennio di Obama ha beneficiato della ripartenza dell’economia statunitense dalla recessione in cui era sprofondata dal crack Lehman Brothers fino al secondo trimestre 2009. Seguendo uno schema già visto altre volte, il Dow Jones è decollato dai minimi un po’ prima che la recessione terminasse ufficialmente (tra l’altro è noto che i cicli economici vengono misurati con ritardi rilevanti). Le Borse cercano sempre di anticipare gli eventi, nella fattispecie le crescite degli utili aziendali attesi implicite nell’uscita da una recessione. Questo schema ha impatti molto concreti nella pianificazione finanzaria personale: le persone che hanno un capitale umano correlato al ciclo economico (imprenditori, lavoratori autonomi, e un numero crescente di dipendenti del settore privato) dovrebbero stare molto attenti a mantenere o aumentare le posizioni azionarie nelle fasi di recessione. Come ho ricordato su questa rubrica domenica scorsa, queste persone dovrebbero accontentarsi di rendimenti attesi inferiori e assumere rischi azionari solamente dopo che le recessioni sono terminate. Chi rischia di perdere il posto di lavoro o di perdere molti clienti (fatti abbastanza abituali durante le recessioni) non può permettersi di subìre contemporaneamente una decurtazione dei propri risparmi.

Ma in finanza e in economia, si sa, non bisogna mai cadere negli automatismi. La ripresa americana post 2009 si è distinta per una caratteristica: il mancato recupero dell’occupazione. Non solo il reddito Usa è cresciuto solamente del 6,7% complessivo, ma i posti di lavoro sono aumentati di un magro 2,1%, e comunque la disoccupazione è ancora superiore all’8% (ora siamo all’8,3%). Come ha ricordato l’Economist, siamo ben lontani dalle vigorose ripartenze di qualche decennio fa,come il +18,5% del Pil e il +11,1% dell’occupazione nei tre anni successivi alla recessione terminata nel quarto trimestre 1982.

Nell’economia “moderna” e globale, potrebbe essere che le fasi di espansione non coincidano con un effettivo aumento della sicurezza e del benessere generale, come misurati dal livello di occupazione. E che alcuni Paesi (vedi l’Italia) possano non beneficiare neppure della debole espansione di altre economie per periodi prolungati. Potrebbe anche essere che il modesto aumento del prodotto sia più che proporzionalmente concentrato nella remunerazione del capitale anziché del lavoro (da qui il poderoso rialzo di Wall Street). E in particolare di “alcuni” capitali (vedi la mega-capitalizzazione raggiunta da Apple, o i successi azionari di griffe del lusso come Hermès e LVMH).

Quali sono le conseguenze di questo “nuovo paradigma” sulla finanza personale? E’ più difficile prendere decisioni di investimento basandosi sull’alternanza espansioni-recessioni. C’è una probabilità crescente che anche in una fase di apparente espansione i disoccupati restino tali e gli artigiani, i professionisti e gli imprenditori continuino ad avere pochi clienti. Possono allora permettersi queste persone di correre il rischio azionario, sia pure beneficiando di possibili “extra-remunerazioni” del fattore capitale? Se così fosse, paradossalmente, l’azionario potrebbe rappresentare un “hedging”, una copertura del deprezzamento del loro capitale umano. Ma con tutti i rischi del caso.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 26 agosto 2012

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