Gli investimenti azionari a 30 anni dall'inizio del Grande Toro di Wall Street

di Marco Liera (*) - 19/08/2012

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Quanto deve essere “lungo” il “lungo periodo” nel quale gli investimenti azionari diventano con alta probabilità più redditizi di quelli obbligazionari? Una importante ricorrenza ci aiuta a rispondere a questa domanda.Trent’anni fa, nell’agosto del 1982, a Wall Street prese il via il più grande bull market di tutti i tempi. Il 12 di quel mese l’indice Dow Jones toccò un minimo a quota 777, che era lo stesso livello del gennaio del 1964. In sostanza nei 18 anni precedenti, investire in un paniere di blue chip americane aveva generato solamente un modesto rendimento da dividendo. Mortificati dalle crisi degli anni 70, dagli shock petroliferi e dai tassi al 17%, gli investimenti azionari non erano affatto popolari, considerato che il rapporto prezzo/utili medio era sprofondato a quota 7. Ma come spesso accade, è proprio quando il pessimismo diventa più cupo che si concretizzano – per chi ha adeguate caratteristiche – grandi opportunità di guadagno. Sulla scia delle riforme introdotte dal duo Ronald Reagan (alla Casa Bianca)-Paul Volcker (alla Fed), il 17 agosto 1982 Henry Kaufman della Salomon Brothers inviò ai clienti un report in cui sosteneva che i rendimenti dei T-bond avevano raggiunto il loro picco massimo. Fu il momento della svolta. L’indice prese il volo e, al netto del crash dell’ottobre 1987 e di qualche correzione, non cambiò rotta fino al 2000. Il resto è storia più nota: allo scoppio della bolla della New Economy tra il 2000 e il 2003 fece seguito nell’ottobre 2007 un nuovo massimo oltre quota 14mila, e poi il crollo del 53% nei due anni successivi sotto il peso dei mutui subprime e dell’insolvenza della Lehman Brothers. Infine, il recupero verso l’attuale quota 13.275 con un rally partito nel marzo 2009.

Alcune regole degli investimenti azionari non sono cambiate in questo trentennio. Le persone più indicate per detenere una quota dei risparmi nelle Borse internazionali sono quelle che hanno una adeguata risk capacity, ossia la solidità finanziaria necessaria per mantenere il proprio benessere anche in caso di crolli del 53% o di finestre di 18 anni drammaticamente perdenti rispetto ai bond e all’inflazione.

Alla luce di questi dati appare innaturale basare le proprie decisioni sull’orizzonte temporale di investimento. Un risparmiatore può anche essere dichiaratamente convinto di non avere bisogno di una certa quota della sua ricchezza per i prossimi 10 o 20 anni. Ma innanzi tutto non è affatto certo che queste affermazioni siano sufficientemente fondate, nella più totale buona fede investitore (e del suo consulente!). E poi occorre distinguere tra l’orizzonte di investimento e quello di valutazione dello stesso. Che può essere assai breve nei mercati disponibili in tempo reale, e sconfessare brutalmente tante buone intenzioni.

Questi 30 anni così densi di eventi estremi hanno messo in discussione le strategie compra-e-tieni (buy-and-hold). Nello stesso periodo sono stati però compiuti dei grandi passi avanti nelle teorie di portafoglio connesse alla finanza comportamentale. Da una parte è emerso che il rischio azionario, pur essendo tendenzialmente alto, non è costante. Esso infatti si modifica in funzione del ciclo economico. I momenti più rischiosi per investire in azioni sono quelli posti nella seconda metà delle recessioni, che guarda caso sono – con il senno di poi – quelli più redditizi, come l’agosto del 1982 o il marzo del 2009. Si noti che in quelle due occasioni le recessioni Usa terminarono rispettivamente nel quarto trimestre 1982 e nel secondo trimestre 2009. Sono soprattutto gli investitori il cui capitale umano non è esposto alle recessioni (per esempio, i rentiers oppure i benestanti con redditi garantiti dallo Stato come certi dipendenti pubblici o certi pensionati) che possono permettersi il buy-and-hold. Gli altri dovrebbero accontentarsi di rendimenti attesi inferiori entrando sui mercati azionari solo quando le recessioni sono terminate e quindi i rischi sono più contenuti.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 19 agosto 2012

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