Il Big Mac Index e i limiti della diversificazione valutaria

di Marco Liera (*) - 06/08/2012

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Investire in valute diverse dall’euro è diventato quasi di moda da quando si sono diffuse attese di una fine più o meno traumatica della moneta unica. Un break-up dell’euro non solo è un evento remoto, ma soprattutto è senza precedenti ed è difficile stimare ex-ante quali potrebbero essere le conseguenze sulle economie e sulle valute non-euro, rendendo così molto incerta l’efficacia di una diversificazione valutaria.Ciò detto, quali sono i criteri per scegliere le valute in cui diversificare? Ammesso e non concesso che sia corretto diversificare proprio adesso, non ci sono criteri univoci per per passare dal pensiero all’azione e perseguire questo obiettivo. Il mercato valutario, il Forex, è uno dei più efficienti per volumi e omogeneità nella distribuzione delle informazioni, e quindi il cambio attuale è la migliore stima anche di quello futuro. In altri termini: possiamo fare tutte le analisi e gli approfondimenti che vogliamo sulla congruità dei rapporti di cambio, ma migliaia di altri operatori (professionali e non) le avranno già fatte e pertanto è difficile affermare che una moneta sia sopra o sottovalutata, perché equivarrebbe a sostenere che siamo molto più intelligenti del mercato. Mai porsi dei limiti, si capisce, ma è chiaro che occorre avere tutta la prudenza del caso.

Uno dei criteri piu' utilizzati per stabilire la sopra o sottovalutazione di una moneta e' quello della parita' del potere d'acquisto. In altri termini si tratta di osservare quanto costa uno stesso bene o un paniere di beni in vari Paesi e vedere in che misura le differenze sono riflesse nel tasso di cambio oppure no. L'idea di fondo e' che nel lungo periodo i rapporti di cambio tendano a convergere verso la parita' di potere d' acquisto. Dal 1986 il settimanale l'Economist pubblica il Big Mac Index, che misura il prezzo del panino con hamburger più' famoso del mondo. Negli Stati Uniti, che rappresentano la base dell'indice, il Big Mac costa 4,33 dollari, mentre nell'eurozona, tenendo conto del cambio euro-dollaro di luglio, il prezzo è di 4,34 dollari, un dato che non indica una particolare sotto o sopravvalutazione. Seguendo questo criterio si osserva che tra le valute piu' sopravvalutate rispetto al dollaro c'è il franco svizzero (nella Confederazione il Big Mac costa 6,56 dollari, quindi il 52% di più che negli Usa). Ancora più “calda” è la corona norvegese (+63%), mentre sul versante opposto le monete più “convenienti” sembrano essere il renmbimbi cinese (-43%) e il rublo russo (-47%).

L’Economist ha pubblicato anche una versione del Big Mac Index corretta per il reddito pro-capite di ogniPaese. Questo aggiustamento e' importante per rendere il confronto ancora piu' omogeneo tra Paesi diversi. Il prezzo del Big Mac in alcuni Paesi è basso anche perche' i redditi locali sono modesti. E' il caso della Cina e della Russia. Aggiustando il Big Mac Index per il reddito pro capite si deduce che il franco svizzero e' un po' meno sopravvalutato di quanto precedentemente osservato, mentre appaiono particolarmente "care" due monete sudamericane, il real brasiliano (+149%) e il peso argentino (+101%).

Anche se il Big Mac Index o indicatori similari hanno non mancano di fondatezza, l’investitore accorto deve tenere presente che le sopra o sottovalutazioni di una moneta possono essere fenomeni che perdurano su periodi tutt’altro che brevi. I movimenti di capitali verso un Paese piuttosto che un altro possono essere basati su ragioni strutturali, come nel caso della Svizzera, la cui banca centrale si è dovuta impegnare da un anno a questa parte a non fare apprezzare il franco oltre quota 1,2 contro l’euro.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 5 agosto 2012

 

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