I fondi pensione? Roba da 50enni piu' che da 30enni

di Marco Liera (*) - 13/08/2012

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Il tasso di adesione  dei lavoratori ai fondi pensione a fine 2011 era pari al 24 per cento, una quota giudicata insufficiente dai piu'. Ma la crisi economica sta ora frenando l'afflusso di risorse da parte degli attuali iscritti. Alle sospensioni contributive si aggiungono le richieste di riscatto da parte dei dipendenti bisognosi di liquidità. Questo accade nell'area dei fondi negoziali, dove l'adesione e il mantenimento della posizione da parte del lavoratore non sono il risultato dell'attività di consulenti finanziari, bensi frutto di iniziative individuali a volte prese sulla scia di campagne informative sindacali. Il comparto dei Pip destinati in primis ai lavoratori autonomi e degli imprenditori conserva invece un andamento positivo delle nuove iscrizioni grazie all'azione delle reti di promotori finanziari incentivate economicamente a svolgere il faticoso e qualificato lavoro di consulenza che richiedono il collocamento e la gestione di un piano previdenziale. In ogni caso anche tra i lavoratori autonomi che aderiscono ai Pip si registravano a fine anno 280mila casi di sospensione contributiva, pari al 36 per cento del totale degli iscritti della categoria.
Come tipicamente accade anche in altri comparti dell'industria finanziaria e assicurativa, il settore previdenziale sembra essere guidato dall'offerta. A pochi viene in mente spontaneamente di aprire un piano pensionistico, o di assicurarsi contro l'invalidità permanente, o di sottoscrivere un Pac di un fondo comune, fino a quando un professionista non glielo propone con argomentazioni fondate. E' così in tutto il mondo? No, basta vedere cosa accade nel Regno Unito, dove alle personal pensions - piani individuali che si aggiungono facoltativamente agli schemi aziendali - sono dedicati dei comparatori su Internet, al pari dei conti di deposito, dei mutui e delle assicurazioni Rc Auto. Tutti servizi che vengono acquistati quasi esclusivamente in fai-da-te. Grande successo in termini di nuovi iscritti stanno poi avendo i Sipp (Self Invested Personal Pensions) che consentono di costruire autonomamente il proprio piano individuale scegliendo tra fondi comuni di varie case, titoli non quotati e immobili commerciali. 
A fine marzo 2012 i Sipp aperti erano pari a 861.848, con un incremento del 52% nel giro di un anno e patrimoni in gestione per 79 miliardi di sterline. In particolare, stanno crescendo gli execution-only Sipps, in cui tutte le scelte di portafoglio sono assunte dal cliente, con la compagnia di assicurazione o il gestore che si limitano a prestare servizi amministrativi. 
C'è qualcosa di quanto sta accadendo Oltremanica che può essere di ispirazione per le pensioni integrative italiane? Difficile dirlo, perché la sensibilità verso la previdenza privata è profondamente radicata nel Regno Unito. Un utile suggerimento viene però dalla circostanza che - fai-da-te a parte - vari operatori inglesi stanno utilizzando i Sipp per attrarre i capitali di clienti benestanti e maturi, seducendoli con i servizi di consulenza connessi e la varietà delle opzioni di investimento. Sono i giovani quelli che hanno più bisogno di previdenza integrativa, é vero. Ma i giovani sono anche quelli con i redditi più bassi e irregolari, e se riescono ad accantonare un risparmio periodico  dovrebbero prioritariamente destinarlo alla copertura del loro notevole capitale umano con polizze contro il rischio di premorienza e di inabilità. Non pochi 50enni "established" hanno un capitale umano più limitato, dispongono di risorse libere in attesa di finalizzazione, apprezzano la deducibilità fiscale dei contributi e "sentono" la futura pensione (e soprattutto la sua insufficienza) più vicina. Realisticamente, sono loro il vero target di chi propone previdenza integrativa.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 12 agosto 2012

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