Dejà-vu/3: quelle analogie con l'agosto del 1992

di Enrico Ascari (*) - 23/07/2012

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Ci avviciniamo al tanto, forse troppo temuto mese di agosto, con segnali in arrivo dai mercati finanziari apparentemente contradditori, sicuramente enigmatici. Da una parte le  solite borse, quella americana e quella tedesca, vicine ai massimi, sembrerebbero anticipare scenari economici e finanziari più distesi; dall’altra i tassi governativi a breve termine di un sempre maggior numero di paesi esprimono rendimenti negativi (ultimo caso quello del Belgio!), segnalando il rischio di un incombente disastro finanziario. Infine, proprio nel giorno della ratifica formale al piano di salvataggio delle banche spagnole, una sciabolata a tradimento spezza le ultime illusioni sugli spread  spagnoli e italiani,  ricordandoci che la possibile catastrofe è sempre dietro l’angolo. Considerando che  l’avvitamento finanziario di Spagna e Italia, conseguente ad un mai tanto evocato e temuto attacco speculativo avrebbe conseguenze globali incalcolabili, c’è qualcosa di molto rilevante che non quadra nei segnali che arrivano dai principali mercati azionari. Motivo in più per andare in vacanza con la minore esposizione possibile a qualsiasi attività finanziaria che possa scendere di prezzo (cioè  tutte, tranne la liquidità).

Sic transit  gloria mundi.

L’evoluzione recente delle statistiche economiche  ha  confermato lo scenario di forte decelerazione globale della crescita che in alcune aree  già da tempo ha assunto le tonalità di un serissimo e duraturo stato recessivo. Per ora latitano i segnali di stabilizzazione,  figurarsi quelli di  inversione della tendenza. E’ evidente una generalizzata debolezza strutturale della domanda nei paesi sviluppati, derivante dalla stagnazione del reddito reale delle famiglie, imposta a sua volta dalla necessità di ridurre la zavorra insostenibile del  debito privato e/o pubblico. La recente audizione di Bernanke e l’ultimo World Economic Outlook del FMI confermano questo scenario, peraltro già digerito. Tutta roba vecchia, i mercati sono già “oltre”. Forse.

Così sembrerebbe guardando l’andamento di una serie di indici finanziari considerati tra quelli più sensibili alla variazione delle aspettative di crescita (materie prime, petrolio, dollari australiano e canadese, ecc.) che hanno inscenato un notevole rally tecnico, sostenuto, come sempre dall’andamento dello S&P 500 e del DAX, che dai primi giorni di giugno sono arrivati a  guadagnare, rispettivamente oltre l’8 e il 13%. Delle due l’una: o i mercati scontano che, dopo una sequenza di dati economici sempre peggiori delle previsioni, tra cui, solo per citarne alcuni, ISM e Non farm payroll Usa e PMI globali, possa arrivare qualche numero migliore delle attese, ormai molto depresse, oppure stanno già anticipando che   la Fed tornerà alla carica con l’abusato Quantitative Easing (non c’è due senza tre…), sublime godimento degli speculatori uniti del globo terraqueo. Entrambe le ipotesi sono verosimili: dopo tanti dati peggiori delle previsioni i solerti economisti delle investment banks si sono affrettati a tagliare le aspettative sui prossimi numeri con la conseguenza che diventa perfino probabile che i risultati siano migliori delle attese. Se, viceversa, le tanto osservate statistiche mensili dovessero continuare a deludere, ormai tutti, ma proprio tutti, sono convinti che ci penserà Bernanke.

Pagare per evitare di spendere

D’altra parte l’atteggiamento apparentemente rilassato degli investitori azionari non trova riscontro nel fatto che un ammontare sempre crescente di capitali viene parcheggiato in strumenti finanziari a breve termine per la cui detenzione si “paga” un interesse, invece di riceverlo. E’ il caso dei tassi monetari sui titoli governativi di un numero sempre crescenti di paesi, con la specificità di essere, a torto o a ragione, caratterizzati da un rischio di default irrilevante. E’ stato autorevolmente osservato[1] che tale fenomeno, più che riflettere le politiche delle principali banche centrali, sarebbe una conseguenza diretta della volontà di banche ed investitori di pagare un premio per assicurarsi da un incombente disastro economico. Fuor di metafora è il break up dell’euro o un qualche evento che potrebbe scatenarlo l’ovvia causa di un comportamento apparentemente assurdo.

 

Figura 1: tassi governativi a 2 anni. Fonte: Gavyn Davies, FT, 23 luglio 2012.

Guardando nell’abisso

Se volgiamo lo sguardo alle ormai stucchevoli questioni europee, constatiamo che, dopo l’ultimo Summit del 28 giugno[2]  i tassi in Spagna sono tornati a superare  il 7%, toccando il 7,30%, massimo storico da quando esiste l’Euro, e lo spread BTP-BUND flirta con quota 500, livello considerato come lo spartiacque tra salvezza e perdizione; per non dire delle borse di Madrid e Milano, schiacciate  sui minimi assoluti. Sembra di essere alla vigilia del tanto evocato (con la speranza di esorcizzarlo) attacco speculativo finale alle ridotte mediterranee, da portare a termine, come nella migliore tradizione, nel corso delle prossime assolate giornate estive. Mai come ora un possibile evento catastrofico per l’economia globale – e una richiesta di aiuto finanziario da parte di Spagna e/o Italia rientra per certo in questo ambito – è stato anticipato e dato per estremamente probabile. Solo per questo motivo verrebbe voglia di non crederci, difficilmente gli eventi tanto attesi si realizzano. Sfortunatamente  il re si presenta nudo alla meta. Nelle prossime torride giornate non ci sarà alcun fondo governativo europeo disponibile per contrastare le possibili scorribande di hedge funds e assimilati in mercati illiquidi, senza compratori a portata di mano.

 

Venerdì 20 luglio

E’ fin troppo ovvio che il l’abusato copione di venerdì scorso è solo l’antipasto mal digerito di quello che ci attende nelle prossime settimane. Non appena qualche occhiuto analista ha trovato il modo di leggere tra le righe dell’accordo tra lo “ European Financial Stability Facility”, il famigerato fondo europeo EFSF, e il Regno di Spagna, un documento di ben quarantadue pagine, è partita, dal nulla, alle 11,45,  la solita grandinata di vendite che ha in breve coinvolto tutti gli asset nel mirino della speculazione. Probabilmente non è piaciuta la frase con la quale si ribadiva che l’intervento dell’EFSF era garantito dal tesoro spagnolo, almeno fino all’entrata diretta in campo del nuovo fondo EFS. Sempre rinvii, come quello della Corte Costituzionale tedesca, il cui parere sul cosiddetto “scudo antispread” è previsto solo per il 12 settembre. Tempi troppo lunghi.   Mario Monti e Vittorio Grilli lo sanno bene. Non a caso il nostro Presidente del Consiglio ha parlato di “guerra” e ha ammesso che il “contagio” è in corso. Purtroppo l’epidemia non si ferma assicurando la reperibilità anche a Ferragosto di ministri e sottosegretari, nè con la  consapevolezza di aver fatto il possibile  per “mettere i conti in sicurezza”.  La Spagna è ormai nelle stesse condizioni in cui si è trovata l’Italia lo scorso novembre. A un passo dalla richiesta di aiuto internazionale. Si corre inevitabilmente verso l’adozione di misure eccezionali di aiuto esterno che possono essere solo di due tipi: o un intervento straordinario della BCE o la richiesta di salvataggio della Spagna al fondo Monetario Internazionale.

Ovviamente delle due ipotesi solo la prima darebbe respiro temporaneo all’Italia, la seconda ci lascerebbe nello scomodissimo ruolo degli ultimi sopravvissuti in un fortino privo ormai di difese.

E’ sempre notte fonda

Ci attendono settimane di fuoco non dissimili da quelle della maledetta estate di venti anni fa, quella del 1992. Allora la speculazione internazionale riuscì a far saltare il banco, travolgendo le difese del Sistema Monetario Europeo e imponendo, alla fine, la svalutazione di lira e sterlina. Questa volta le catene che legano tra di loro i diciassette stati dell’Unione Monetaria sono molto più resistenti. Ma, ancora una volta tutto può succedere in una notte.

(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

 

 



[1] Gavyn Davies, “Bond Yields and Disaster Risk Premia”, Financial Times, July, 22, 2012.

[2]  Che anche per noi avrebbe dovuto essere quello del “bicchiere mezzo pieno”. Evidentemente ci sbagliavamo.

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