Le virtù nascoste degli investimenti non quotati

di Marco Liera (*) - 29/07/2012

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Occhio non vede, cuore non duole (o duole un po’ meno). Ormai da più di un anno i titolari di polizze Vita rivalutabili, di depositi bancari vincolati (presso istituti coperti dal Fondo interbancario di garanzia italiano), di strumenti del risparmio postale (buoni, libretti) stanno correndo più o meno gli stessi rischi di controparte di chi detiene BTp o CcT, ma senza il “costo psicologico” che comporta la volatilità dei titoli quotati. Apparentemente possono disinteressarsi dell’incessante bombardamento di “breaking news” dalla Bce e da Bruxelles, e degli aggiornamenti sullo spread BTp-Bund. Solo apparentemente, perché come detto l’eventualità (sia pure remota) che la controparte finisca insolvente riguarda pure i sottoscrittori di questi prodotti non quotati, il cui destino è legato a doppio filo alla stabilità della Repubblica italiana.

L’assenza di una quotazione che rifletta in tempo reale le modifiche della percezione che il mercato ha della sicurezza dell’emittente Italia potrebbe sembrare a qualcuno un “occultamento della polvere sotto il tappeto”. Così non è: l’assenza di volatilità comporta di per sé un beneficio oggettivo in termini di riduzione dei “costi psicologici” dell’investimento. Per milioni di risparmiatori prudenti che non hanno tempo e interesse per la finanza personale, la minimizzazione di questi costi psicologici potrebbe essere assolutamente prioritaria.

Gli studi di finanza comportamentale ci suggeriscono che il beneficio di un investimento non può essere misurato solamente nei freddi termini della performance corrette per il rischio (e già questo aggiustamento sarebbe molto utile). Occorre prima di tutto verificare la congruità dell’investimento rispetto alle caratteristiche dell’individuo: dimensione e rischio del suo capitale umano (un commerciante 25enne è ben diverso da un primario 50enne), patrimonio personale, disponibilità a sostenere i costi informativi e psicologici che molti strumenti richiedono. Le scelte del risparmiatore dovrebbero essere ricomprese in una “comfort zone” della quale il suo consulente dovrebbe avere un certo rispetto.

I costi psicologici sono cresciuti molto negli ultimi anni, a parità di strumento. Il “noise” dei mercati, il rumore di fondo delle quotazioni e delle news che ogni secondo vengono diffuse e rimbalzate da canali tv, siti Internet e social network, accessibili su molteplici terminali (tv, pc, tablet, smartphone e così via), si è accresciuto enormemente di intensità e di invasività nelle vite di tutti. Vent’anni fa, nella torrida estate del 1992 in cui l’Italia fu veramente a un passo dal default (e comunque fu costretta a svalutare la lira), occupandomi già di investimenti e finanza personale presso la redazione del Sole-24 Ore, percepivo una minore angoscia collettiva. Lo spread BTp-Bund era un argomento per addetti ai lavori, e le quotazioni di Borsa erano diffuse da televisori posti nelle vetrine delle filiali bancarie del centro dove si formavano dei capannelli di curiosi. Certo, nel ’92 un default dell’Italia sarebbe stato un evento grave, ma non così catastrofico come potrebbe esserlo adesso. Ciò per via delle conseguenze che potrebbe generare sulla solvibilità di grandi istuzioni finanziarie internazionali e perfino di altri Stati. In questi vent’anni non solo è aumentato il “noise”, ma anche l’interdipendenza dei mercati e delle economie. E quindi il rischio di crisi sistemiche.

L’aumento del “noise” non ha comportato un miglioramento delle decisioni finanziarie degli individui (anzi, se possibile le ha peggiorate come testimoniano vari studi sul sovraccarico informativo). Ma quel che conta è che l’aumento dei costi psicologici che ha comportato ne ha accresciuto l’importanza quando si tratta di decidere se acquistare o meno uno strumento di investimento valorizzato in base ai prezzi di mercato.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 29 luglio 2012

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