Con pochi risparmi meglio proteggere il capitale umano che investirli

di Marco Liera (*) - 08/07/2012

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Fatto 100 il risparmio annuale di una famiglia, dove dovrebbe essere destinato? Posto che la quota di famiglie che riescono a risparmiare è scesa dal 68 al 39% negli ultimi 20 anni (e che quelle che riescono a risparmiare lo fanno per percentuali sempre più modeste del loro reddito), la strada che la moderna ricerca accademica propone (si veda lo studio di Roger Ibbotson e altri, “Lifetime Financial Advice” del 2007) è abbastanza semplice: occorre per prima cosa destinare questo risparmio alla protezione del capitale umano della persona che apporta più reddito alla famiglia stipulando apposite coperture caso morte, invalidità permanente da infortuni e malattia, non autosufficienza (long term care). Le coperture da procurarsi individualmente vanno calcolate tenendo conto di quelle già garantite dagli enti di previdenza obbligatoria (pensioni indirette e di inabilità) e dalle aziende/categorie di appartenenza. Il risparmio che eventualmente residua si può destinare all’investimento vero e proprio, con priorità alla protezione del benessere attuale (quindi scegliendo strumenti a rendimento certo).

Le protezioni del capitale umano sono solitamente trascurate nel processo di pianificazione della vita finanziaria degli individui. Eppure basterebbe partire dalla semplice constatazione che per milioni di famiglie il capitale umano (inteso come attualizzazione dei redditi futuri della persona-chiave) rappresenta la magna pars della ricchezza domestica. Addirittura per le famiglie neo-costituite, è la totalità. Se una famiglia può risparmiare 100 euro al mese, è inopportuno destinarli a un piano di accumulazione per i figli o alla previdenza integrativa se prima non ha messo al sicuro il capitale umano della persona chiave. Cosa se ne farebbero i figli di poche migliaia di euro accumulate in un Pac in caso di premorienza del genitore che li mantiene?

L’eventualità di incorrere in eventi drammatici per i bilanci familiari non è affatto sconosciuta agli italiani, nonostante il noto fatalismo che ci caratterizza. Secondo l’ultimo Rapporto del Centro Einaudi sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani, una percentuale tra il 24 e il 30% della popolazione vorrebbe dotarsi di una copertura caso morte, infortuni, malattia e long term care, ma poi chi passa dal dire al fare è ovviamente una percentuale inferiore. Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, non si tratta di percentuali disprezzabili, dal momento che sono registrate spontaneamente, in assenza di qualsiasi campagna informativa. Diversamente da quanto accade ai fondi pensione, dove l’impegno comunicazionale c’è stato, ma ha dato luogo a risultati molto modesti.

Ovvio che in una situazione ideale sarebbe opportuno assicurare il capitale umano e contemporaneamente accumulare risparmi per la previdenza integrativa. Ma in uno scenario di redditi modesti e in contrazione, occorre agire sulla base di priorità.  

Consapevole dell’insufficienza delle fonti reddituali disponibili per il finanziamento della previdenza integrativa, in settimana il presidente dell’Ania Aldo Minucci ha proposto di dare a genitori e nonni la possibilità di contribuire ai piani pensionistici a favore di figli e nipoti godendo di un regime di deducibilità. Si tratta di creare una corsia privilegiata per l’ovvio trasferimento di ricchezza tra una generazione che ha goduto di condizioni irripetibili di benessere e di capacità di accumulazione e quelle successive che ne devono pagare il conto. Questo welfare intergenerazionale può sembrare deresponsabilizzante per le generazioni più giovani, ma almeno rende più finalizzato un trasferimento che è inevitabile. E figli e nipoti possono così prendersi maggiori responsabilità sulla indispensabile protezione di un capitale umano che in futuro si spera possa rivalutarsi grazie a ritrovate condizioni di crescita reddituale.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del'8 luglio 2012

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