Dejà-vu 2: la prudenza è d'obbligo

di Enrico Ascari (*) - 26/06/2012

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ABUSATI COPIONI
Siamo, ancora una volta, l’ennesima negli ultimi due anni, di fronte ad un vertice europeo sul quale si sono concentrate enormi aspettative. Anche i Capi di Governo e di istituzioni internazionali ci hanno messo del loro nel caricare di attese straordinarie, che ben difficilmente saranno soddisfatte, il prossimo vertice dei leader europei del 28-29 giugno. Da Mario Monti a Cristine Lagarde, in molti hanno contribuito ad alzare la posta. C’è da dire che questa volta i “mercati finanziari”, assunti ormai al ruolo di anonimo sebbene sfuggente protagonista della partita, ben poco si aspettano dal vertice, evento atteso con diffuso scetticismo, quando non con (poco) velato sarcasmo. La reazione a decisioni tanto attese sarà più di cinica rassegnazione che di rabbiosa delusione.
Ben più meritevoli di occhiuta attenzione sono le attese relative alla dinamica della crescita globale. Questo è il fattore principe che guida l’andamento dei mercati azionari internazionali, a partire da quello che determina il destino di tutti gli altri, sempre e comunque. Negli ultimi mesi la leggera pioggerellina di statistiche deludenti si è trasformata in pioggia autunnale. Non siamo ancora alla grandinata ma poco ci manca. Dall’Europa agli Stati Uniti, alla Cina, alla Corea e Taiwan, siamo in presenza di indicatori di fiducia in calo che anticipano un deciso rallentamento del ciclo economico. Il crollo delle materie prime, a partire dal petrolio, rafforza le attese di un secondo semestre dell’anno ancora una volta deludente.
Infine, tornando dal globale al locale, cioè alle vicende italiane, sempre in bilico tra tragedia e farsa, sotto una linea dell’orizzonte resa incerta dalla calura estiva, sembra possa riproporsi l’abusato copione degli ultimi due anni. A partire dall’estate del 2010 l’arrogante e spregiudicato lavorio per minare la stabilità di un governo sostenuto da una larga maggioranza parlamentare ha trovato infine soddisfazione, tanto velleitaria quanto autolesionistica, lo scorso autunno, con l’omicidio europeo travestito da finto suicidio dell’accoppiata Berlusconi Tremonti; quest’anno in molti sono di nuovo all’opera per azzoppare il Governo Monti, dimenticandosi forse che la credibilità è come la verginità, una volta che l’hai persa, nessuno te la può restituire.

MODESTE AMBIZIONI
Nelle ultime settimane i giornali economici hanno riempito paginate d’inchiostro per spiegarci come fare per mettere al sicuro i nostri soldi di fronte alla marea montante di rischi ormai universalmente previsti. Primo tra tutti quello del break up dell’euro. Sfortunatamente nel mondo reale sono i rischi imprevisti quelli che possono avere un potenziale letale. Il futuro, infatti, malgrado l’instancabile lavorio dei modelli di previsione e delle migliori menti assoldate dal big business di Wall Street è sempre stato e rimane fondamentalmente sconosciuto e imprevedibile. Ciò premesso, sembra ovvio sposare senza particolare originalità le tesi prevalenti, che invitano il povero risparmiatore ad eccedere nell’arte della diversificazione. Che ovviamente non è una panacea.

VALUTE: ILLUSIONI PERICOLOSE
Con l’euro considerato da tutti sotto scacco la prima ovvia strategia di diversificazione è quella valutaria. La partita, però, non è delle più facili. Se misuriamo il rendimento dei nostri investimenti in Euro, la valuta di base con la quale compriamo beni e servizi e incassiamo lo stipendio, diversificare gli investimenti fuori dall’euro comporta rischi significativi nel caso, sempre possibile, che la divisa europea si apprezzi. Poco probabile, ma su un orizzonte temporale di poche settimane o mesi tutt’altro che impossibile. Il primo ovvio motivo per comprare divise straniere è quello di una possibile crisi finanziaria determinata da aspettative di break up o di spappolamento di qualche paese appartenente all’Eurozona. La prima ipotesi rimane molto poco probabile nell’immediato, ma di enorme impatto se dovesse verificarsi. La seconda, crisi con tentativo di salvataggio di un paese europeo (Spagna o Italia) è ipotesi molto più verosimile (i mercati stimano almeno al 30% la possibilità che l’evento si realizzi) ed è quella che merita attenzione. In linea di massima un risparmiatore prudente dovrebbe avere tra il 30 e il 40% di attività in divise estere, suddivise tra USD, CHF, dollari canadesi, australiani e fondi che investono in modo diversificato su divise dei paesi emergenti. Tutto facile? Non troppo. Federal Reserve e Bank of England, a differenza della BCE, sono infatti sempre in agguato, pronte ad intervenire pompando liquidità a rotta di collo tutte le volte che Wall Street prova a capottarsi, cioè appena si infittiscono le nubi sulle attese di crescita economica. Questo zavorra le divise extra euro. Anche le valute asiatiche non sono una scommessa a senso unico. Se il dollaro è forte tendono a deprezzarsi contro Euro, viceversa con il dollaro debole.

OBBLIGAZIONI: GRANDI RISCHI E POCHE OPPORTUNITÀ
Nelle ultime settimane i rendimenti delle obbligazioni governative negli Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Svizzera, Danimarca, Svezia, Norvegia hanno toccato minimi storici assoluti, in alcuni casi a memoria d’uomo. In Germania e Svizzera si sono visti casi di aste a breve termine con rendimenti negativi. Le emissioni della maggior parte dei paesi emergenti con finanze apparentemente a posto esprimono anch’esse rendimenti molto modesti, spesso inferiori al tasso d’inflazione italiano. Rimangono i bond societari, ma anche in questo caso per incassare cedole decenti bisogna accettare un rischio di credito notevole. Rimangono disponibili, e l’offerta non manca, le emissioni degli stati a sovranità limitata dell’Europeriferia. Le banlieu del reddito fisso, la feccia degli emittenti: Italia, Spagna, Irlanda, Portogallo e, last but not least, Grecia. E’ la carta che oggi non vuole più nessuno.
Malgrado la nostra vocazione per le strategie d’investimento non convenzionali, non è il momento di fare gli eroi. I deliri estivi della politica italiana non hanno mai portato bene ai BTP, figuriamoci ora. Piuttosto, se si vuole correre qualche brivido per un po’ di rendimento in più, meglio investire qualcosa in Bonos spagnoli con scadenze non superiori ai 12 mesi, almeno la Spagna ha un Governo eletto che non rischia di essere rottamato in autunno.
Il portafoglio obbligazionario per l’estate dovrà quindi fare largo ricorso ad obbligazioni corporate in valute estere (per la quota di diversificazione valutaria del 15-30% investita in obbligazioni). La quota in Euro dovrebbe essere ridotta ai minimi termini, non più del 20%; e, anche qui prevalentemente in titoli societari, senza lasciarsi tentare dalle obbligazioni governative tedesche che da un po’, sono uno degli short preferiti dagli hedge funds.

AZIONI: ASPETTANDO LA FED
Se escludiamo le borse del ClubMed e il settore bancario, tutto il resto, guidato dalla stella polare di Wall Street è in equilibrio ovviamente instabile determinato da due forze contrapposte: da una parte la deriva dell’economia globale, la cui crescita è zavorrata dall’insostenibile peso del debito accumulato negli ultimi decenni. Dall’altra l’imperativo categorico dei policy makers americani e dei loro zelanti alleati, che è quello di evitare con tutti i mezzi l’inevitabile: cioè uno stallo dell’economia americana o, meglio, dei profitti delle multinazionali a stelle e strisce. Stallo che contagerebbe l’intero globo terraqueo, scatenando un bear market storico dei mercati azionari. L’esito della partita nel medio termine a noi sembra segnato. Il calo strutturale della domanda che fronteggiano i paesi avanzati difficilmente potrà essere superato senza danni borsistici rilevanti. Ciò detto, nel breve andare, la partita rimane apertissima. Per la Fed e l’industria finanziaria d’oltre Atlantico, l’unica legge “al di là del Pecos” è quella dello Standard & Poors. La tenuta dei listini americani è considerata indispensabile per condizionare in positivo la tenuta delle aspettative di famiglie e imprese. Troppo determinante anche per la rielezione di Obama alla casa Bianca. Difficilmente quindi vedremo un tracollo quelle quotazioni azionarie sotto quota 1100 dello S&P 500. Se mai ci dovessimo avvicinare a questi livelli, sotto la pressione di dati economici ancora negativi, come sembra piuttosto probabile, interverrà a gamba tesa la Fed, attivando un’altra ondata di acquisti.
Morale: affrontare l’estate con investimenti azionari compresi tra il 10 e il 20%, prevalentemente sui mercati extraeuropei. Essere pronti a aumentarli significativamente se l’indice Usa si avvicinerà alla zona 1200-1100.

LIQUIDITÀ REGINA
Le conclusioni sono ovvie: per ora “cash is king”. Che sia in valuta o in Euro, meglio andare in vacanza con portafogli leggerissimi, anche a rischio di perdersi eventuali opportunità che non sono da escludere, considerando che il nostro pessimismo è merce piuttosto comune in questi giorni. Ma c’è il tempo per la prudenza e quello per il coraggio. Oggi è meglio aspettare con pazienza tempi migliori.

(*) Nato nella ormai universalmente nota Medolla, (24/9/1956), laureato in Bocconi (1982) in Economia politica. Ha ricoperto l'incarico di direttore investimenti in diverse società di Gestione del risparmio (Mediolanum, Sogesfit, Aureo, Bnl Gestioni). Direttore generale per 9 anni in BNL Gestioni Sgr (dal 2000 al 2009). Vicedirettore generale di BNP A.M. nel 2009. Dal 2010 partner in una società fiduciaria svizzera. Membro del Comitato Direttivo di  Assogestioni dal 2000 al 2008.

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