L'Italia (per ora) non è in default grazie agli italiani

di Marco Liera (*) - 03/06/2012

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Se non li compravano loro, chi altro poteva farlo? Sono stati i risparmiatori e gli investitori istituzionali italiani, con i loro acquisti, a compensare abbondantemente la fuga dai BTP e dai BoT degli operatori stranieri. A confermarlo è la Banca d’Italia, che nella sua Relazione pubblicata giovedì evidenzia che nel 2011 la quota di titoli di Stato detenuta dagli investitori stranieri è scesa al 40%, con un calo del 7% nel giro di 12 mesi. Ai deflussi netti totali di titoli di Stato per 73 miliardi di euro indotti dalle mani estere hanno fatto riscontro investimenti in BTp da parte di famiglie, compagnie di assicurazioni e banche italiane rispettivamente per 39, 28 e 20 miliardi. A questi acquisti si sommano quelli che hanno avuto per oggetto i BoT, pari a 14 miliardi da parte delle famiglie e per 7 miliardi da parte delle banche. Le vendite dall’estero, sempre secondo la Banca d’Italia, sono continuate nei primi due mesi del 2012, controbilanciate dai consistenti acquisti netti (70 miliardi) delle banche italiane finanziate generosamente dalla Bce. E in questo 2012 è continuato anche l’apporto dei risparmiatori, visto il successo del collocamento del primo BTP Italia per 7,3 miliardi di euro, al quale farà seguito da domani l’asta del secondo.

Mentre per gli investitori istituzionali come le banche e le compagnie di assicurazioni gli acquisti di titoli di emessi dal Governo del proprio Paese possono essere interpretate come operazioni “di sistema” (e sarebbe interessante sapere qual è stato il comportamento di altri “mani forti”, come gli enti di previdenza privatizzati), per i risparmiatori queste scelte possono essere motivate da diversi fattori:

1)      Un sano patriottismo, unito all’home country bias, ossia la propensione a preferire investimenti domestici che è diffusa tra i risparmiatori di tutto il mondo. Una propensione giustificata anche dalla maggiore familiarità che gli investitori hanno nei confronti dei titoli “di casa”, e dai maggiori costi informativi e monetari che occorre sostenere quando le decisioni finanziarie riguardano titoli esteri;

2)      L’avidità scatenata dagli alti rendimenti che i titoli di Stato hanno raggiunto nella seconda metà del 2011, con i BoT schizzati al 6,5% nell’asta di novembre; in ogni caso, quando i rendimenti a breve dei titoli di Stato diventano molto competitivi rispetto a quelli dei depositi bancari, che sostanzialmente hanno pari rischiosità, è comprensibile che i capitali privati affluiscano di più verso i primi;

3)      La consapevolezza che per chi è fisicamente residente in Italia e intende restarci, la solvibilità della Repubblica è un obiettivo ovvio e condivisibile. In quel remoto e catastrofico scenario, infatti, il sollievo dato da un po’ di tardiva diversificazione valutaria sarebbe ben poca cosa rispetto ai danni di lungo periodo ai patrimoni, ai redditi e ai tenori di vita. E una fuga degli investitori domestici dai titoli di casa aumenterebbe ulteriormente il costo del debito pubblico, avvicinando il default (la Grecia fornisce qualche ispirazione sul tema). E’ ovvio che una parte dei risparmi la si può sempre mettere “al sicuro” (al netto di eventuali cross-default) con un regolare bonifico sui depositi di una banca in Svizzera o in Germania. Ma al margine queste operazioni aumentano i rischi per chi resta qui (compresi quelli che hanno spostato i soldi).

Al momento quindi pare che uno dei principali antidoti al contagio della crisi dei debiti sovrani sia l’autarchia finanziaria, che paradossalmente doveva essere scongiurata con l’euro e l’unificazione del mercato dei capitali. Uno scenario “giapponese”; ossia di uno Stato fortemente indebitato ma meno instabile di tanti altri grazie al fatto che i titoli pubblici sono al 93% nelle mani di investitori domestici, non può essere al momento escluso o trascurato.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 3 giugno 2012

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