BTP, azioni e valute: le scelte possibili ora

di Marco Liera (*) - 20/05/2012

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Le quotazioni delle azioni italiane non solo si stanno riavvicinando pericolosamente agli abissi del 9 marzo 2009, ma in base all’indice Comit Globale sono ritornate ai livelli del 1° aprile 1986, ossia più di 26 anni fa. Certo, se si tenesse conto dei dividendi reinvestiti (indice total return), il rendimento dal 9 marzo 2009 sarebbe del 6,9% annualizzato, mentre il bilancio dal 1° aprile 1986 sarebbe del 2,7% annualizzato. Un risultato quest’ultimo inferiore all’inflazione del periodo (pari al 3,3% annualizzato), ed estremamente deludente rispetto agli elevati rischi che hanno corso gli investitori; ma un risultato che ci rende l’idea di come l’apporto continuativo di risparmi al mercato azionario (in questo caso rappresentati dai dividendi), anche in epoche molto tormentate, possa attutire le perdite. Va detto che ogni bilancio sui mercati finanziari non può che essere provvisorio: da domani, con la ripresa degli scambi, qualsiasi “buon insegnamento storico” potrebbe essere spazzato via.

Di fronte alla volatilità dei mercati azionari e alla loro totale imperscrutabilità, la strategia da cassettista con reinvestimento dei dividendi o anche i piani di accumulazione in fondi comuni o Etf (Pac) sono soluzioni raccomandate da consulenti di tutto il mondo. Proprio l’alternativa (un po’ forzata e ideologica) tra cassettisti e traders è stato uno degli argomenti dibattuti all’ITForum che si è tenuto a Rimini giovedì e venerdì. In un convegno organizzato da <Plus24> è stato confermato dagli stessi broker online presenti che la maggior parte di coloro che fanno trading frequente perde soldi o ottiene risultati insoddisfacenti, e solo una infinitesima minoranza (a essere generosi uno su mille) è riuscita fino a oggi a mantenersi con questa attività. Ma, come abbiamo visto,  all’estremo opposto, chi è investitore in azioni che movimenta poco o per nulla il suo portafoglio non può certo dire di avere ottenuto rendimenti particolarmente attraenti.

Allora la soluzione qual è? Credo sia quella di considerare sempre molto rischioso l’investimento in attività a rendimento incerto come quello in azioni. Anche quando viene realizzato con una strategia buy-and-hold-total-return o con un Pac. Pertanto, solo una minoranza di risparmiatori può includere nel portafoglio un investimento in azioni. Questo è ancor più vero adesso, con rendimenti attesi (e quindi rischi) elevati. Con una attenzione ulteriore: la rischiosità attuale delle azioni italiane dipende più che in passato dal rischio-Paese (quindi da un elevato rendimento dei titoli di Stato) che non dall’extra-rendimento (il cosiddetto equity premium atteso) che gli investitori si aspettano in aggiunta a quello offerto dai buoni del tesoro. Pertanto, non è escluso che, in caso di graduale rientro dell’attenzione sul rischio-Paese, le quotazioni azionarie si riprendano rapidamente in modo da riportare i rendimenti attesi a livelli meno “pericolosi”. In uno scenario del genere, del tutto ipotetico, i prezzi delle azioni italiane beneficerebbero di un upside ovviamente superiore rispetto a quello dei BTP e dei CcT (come d’altra parte era accaduto nel primo trimestre 2012).  Lo scenario opposto, quello di progressivo deterioramento della stabilità europea, rende difficile l’identificazione di un qualsivoglia porto sicuro. Non è neppure detto che in quel caso una diversificazione in valute e Paesi non euro debba funzionare, visto l’elevato grado di interdipendenza dei mercati e delle economie. Più che altro, la diversificazione valutaria risponde all’obiettivo di minimizzare i rimpianti futuri. Che per molti non è poco.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 20 maggio 2012

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