La Borsa di Atene, Generali e i molti altri fiaschi di lungo periodo

di Marco Liera (*) - 13/05/2012

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Coloro che 20 anni fa, convinti della superiorità delle azioni sulle obbligazioni nel “lungo periodo”,  avessero investito i risparmi nella Borsa di Atene, senza mai più toccarli, avrebbero perso soldi. Fin qui la sorpresa è relativa, alla luce del recente default della Repubblica Ellenica. Meno intuitivo è ricordare che anche chi avesse investito i risparmi in azioni delle blasonate Assicurazioni Generali e li avesse lasciati lì per 20 anni avrebbe perso soldi. Dal 9 maggio 1992 al 9 maggio 2012, il rendimento annualizzato della Borsa di Atene è stato pari a -1,9%, quello delle Generali a -0,5%, numeri che salgono rispettivamente a -1,5 e a +0,9% se si tiene conto dei dividendi reinvestiti. Occorre dire che la Borsa di Atene e le Generali sono in buona compagnia: in base ai dati forniti dall’Ufficio Studi del Sole-24 Ore, nello stesso periodo le azioni Fiat Auto hanno “reso” il -3,3% annualizzato (-1,9% con i dividenti reinvestiti), Mediobanca il -1,7% (+0,6%), Unicredit il -2,6% (-0,2%), FonSai il -11% (-9%), Italcementi -0,8% (-0,9%). In media però le azioni italiane, nonostante tutto , hanno dato un ritorno leggermente positivo: +2,2% annualizzato per l’indice Comit che diventa +5,1% con i dividendi reinvestiti. Ancora meglio è andata al di là dell’Oceano, nonostante crolli e crisi non siano mancate neppure laggiù: l’indice S&P500 ha reso il 6,1% all’anno in dollari (+8,2%). Una riprova del fatto che la diversificazione ha funzionato.

Un periodo di 20 anni è certamente assimilabile al cosiddetto “lungo periodo”, anche perché è pari a circa un quarto della speranza di vita di un individuo. D’altra parte vari studi (come quello di Philippe Jorion del 2003) hanno già evidenziato che allungare l’orizzonte temporale di investimento, se è vero che fa diminuire la probabilità di perdere soldi investendo in azioni, è pur vero che fa aumentare la dimensione della perdita in termini reali che è possibile subìre (sia pure con una probabilità decrescente). In effetti aver ottenuto un rendimento nominale pari a zero negli ultimi 20 anni equivale a dire che al netto dell’inflazione del periodo il capitale si è praticamente dimezzato.

Certo, la strategia buy-and-hold (compra-e-tieni) così descritta ha i suoi detrattori. Che hanno le loro buone ragioni per proporre un approccio meno statico all’investimento azionario. Ma individuare modelli di market timing persistenti, ossia che siano capaci di individuare i momenti migliori di entrata e di uscita sui mercati azionari anche per il futuro, è impresa ardua. La ricerca accademica più recente suggerisce di concentrare gli sforzi sulla misurazione dell’equity premium atteso, che a sua volta dipende dall’incertezza macroeconomica, e dalla tolleranza alle perdite degli investitori. Grandezze che si modificano radicalmente nel tempo. Attualmente  questo termometro, riferito all’eurozona, non incoraggia particolarmente a investire in azioni. A meno di non disporre di un benessere economico non correlato al ciclo, come quello di dipendenti pubblici e pensionati benestanti, e di rentiers.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 13 maggio 2012

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