Il BTP Italia sconfigge l'alta volatilità

di Marco Liera (*) - 29/04/2012

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Per il primo mese di quotazione alla Borsa Italiana l’obiettivo è stato raggiunto. Con l’emissione del BTp Italia riservato agli investiori retail il Ministero dell’Economia intendeva creare uno strumento poco esposto alle manovre di (non meglio identificati) speculatori internazionali. E così è stato, almeno per la prima ventina di sedute di scambi. In un periodo in cui sono riaffiorate varie incertezze sulla solvibilità dei Paesi periferici, la volatilità del BTp Italia è stata decisamente inferiore a quella denunciata dai “cugini” CcT, BTp e BTpei di pari durata (2016). In questo breve periodo, assai poco significativo dal punto di vista statistico (ma molto importante per chi aveva studiato il prodotto), la perdita massima registrata per il BTp Italia  rispetto al prezzo di ingresso sul mercato (100) è stata pari allo 0,3%. Usando gli stessi parametri, la perdita massima per il CcT è stata del 3,6%, per i BTp del 2,9%, per i BTpei del 4,3%.

I titoli citati non sono perfettamente confrontabili perché le loro strutture cedolari sono diverse: inflazione italiana al quale viene aggiunto uno spread fisso nel caso del BTp Italia, cedole fisse calcolate su un capitale che si rivaluta automaticamente in misura pari all’inflazione dell’eurozona nel caso del BTpei, cedole fisse nel caso del BTp e cedole variabili pari al tasso del BoT a 6 mesi più uno spread fisso nel caso dei CcT.  Ma è ugualmente interessante osservare la reazione di titoli dello stesso emittente e di pari durata di fronte all’ennesimo episodio di instabilità. La differenza probabilmente è dovuta al diverso pool di liquidità in cui sono negoziati questi titoli, pur tenendo conto del fatto che non è affatto vietato a “speculatori” veri o presunti di negoziare BTp Italia. Al tempo stesso, il fatto che il BTp Italia sia uno strumento quasi esclusivamente diffuso tra i risparmiatori non ha pregiudicato la liquidità dello stesso. Su un controvalore emesso di 7,3 miliardi di euro, gli scambi complessivi nelle poche sedute di marzo hanno superato i 200 milioni, mentre in questo aprile quasi concluso siamo vicini a quota 500 milioni. Liquidità e maggiore stabilità, quindi. Vedremo nei prossimi mesi se questi punti di forza dei BTp Italia verranno riconfermati.

Intanto, va evidenziato che quello che al momento può essere considerato un successo del ministero dell’Economia e degli altri soggetti coinvolti nel lancio del nuovo BTp coincide con l’ennesima prova di debolezza dell’eurozona e del sistema che la presiede. La crisi dei debiti sovrani ha mostrato che gli investitori in bond governativi tendono a comprare (e quindi a “proteggere” dalle instabilità) soprattutto i titoli domestici. Uno degli obiettivi (o dei sogni?) che era connesso alla nascita dell’euro era invece quello di creare un mercato dei capitali non solo depurato dal rischio cambio, ma anche unito e coeso, in cui l’investitore tedesco compra titoli di Stato italiani, quello francese titoli di Stato spagnoli e così via. Non è andata così. L’home country bias, la propensione degli investitori a privilegiare prodotti finanziari di casa, è rimasta molto alta. Al punto che i Paesi più deboli hanno riscoperto l’autarchia finanziaria come principale antidoto alla speculazione. E la logica del BTp Italia va proprio in questa direzione.

Eppure, l’elevata interdipendenza che è implicita nei mercati dei capitali di oggi suggerisce che il benessere dei titolari dei bund tedeschi non sarebbe matematicamente al sicuro in caso di default di un grande Paese dell’eurozona come l’Italia. In passato era del tutto possibile disinteressarsi della solvibilità dei Paesi “cugini”. Ora molto meno. E quindi la netta preferenza ad acquistare bond di casa potrebbe essere una strategia abbastanza sterile sotto il profilo della protezione del benessere. 

(*) Pubblicato sul sole-24 Ore del 29 aprile 2012

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