Il franco svizzero? Riparo poco redditizio

di Marco Liera (*) - 15/04/2012

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<Non esistono più beni rifugio>, ha sentenziato in settimana il Fondo Monetario Internazionale. In molti non la pensano così. Non tanto e non solo gli investitori che comprano bund tedeschi e T-bond americani a mani basse, quanto quelli che stanno accumulando valori denominati in franchi svizzeri. Da mesi il cambio euro/franco svizzero è inchiodato nell’intorno di uno e venti, linea del Piave (o meglio, del Reno) sulla quale la Banca Nazionale Svizzera (BNS) è disposta a svenarsi, allo scopo di evitare che l’economia elvetica perda eccessivamente competitività. E gli investitori sono talmente convinti che il franco sia un bene rifugio che sono disposti a pagare pur di detenerlo in abbondanza. I tassi a breve termine dei titoli emessi dalla Confederazione (che vanta un rating tripla A) sono infatti negativi. Martedì i titoli a 6 mesi sono stati collocati a un tasso di -0,251%, e risultati analoghi si erano registrati anche nell’agosto e nel novembre dell’anno scorso.

Non è detto che la paradossale difesa dell’euro rispetto al franco da parte della BNS abbia successo. Le forze di mercato al momento sembrano spingere verso livelli inferiori a 1,2. Il 10 agosto, prima che la BNS annunciasse la volontà di difendere a ogni costo questa soglia, il cambio era sprofondato quasi fino alla parità sull’euro (1,045). Eppure la fase storica che stiamo attraversando non suggerirebbe afflussi a senso unico verso la Confederazione. La piazza elvetica si sta faticosamente “onshorizzando”, ossia sta accettando l’applicazione di imposte sui capitali ivi detenuti dai non residenti in base ad accordi con gli altri Paesi (in primis Germania e Regno Unito). Sta diventando sempre meno attraente per tutti coloro che per qualsiasi motivo vogliono massimizzare la riservatezza sulle proprie disponibilità. Con gli Stati Uniti in particolare deve e dovrà concedere sostanziali deroghe al proprio segreto bancario. Altre piazze, come Singapore e Hong Kong, dove le stesse banche svizzere hanno messo solide radici, stanno affermandosi come sedi accoglienti e sicure per i capitali destinati a restare offshore. Infine, la Svizzera sta applicando regole sempre più rigide all’industria finanziaria, che la rendono sempre meno “isola felice” per gli asset managers. Proprio questa settimana si è avuta notizia delle restrizioni alle possibilità di manovra degli hedge funds proposte dal Consiglio Federale, che ora dovranno passare al vaglio del parlamento di Berna. Queste misure avranno effetti anche sui clienti private, che verranno spogliati dell’etichetta di “investitori qualificati” che automaticamente viene loro attribuita per consentire la sottoscrizione diretta di fondi hedge.

Nonostante questi cambiamenti epocali, la psicologia dei mercati sta premiando la solidità che tradizionalmente è attribuita al franco (e forse speculando sull’ipotesi di sfaldamento dell’euro). Come al solito, i risparmiatori dovrebbero prestare molta cautela. Investire in un’altra valuta, pur ritenuta “forte” come il franco, comporta dei rischi, anche se questo può apparire controintuitivo per chi è abituato a pensare ai benefici della diversificazione. Statisticamente, investire in bond in moneta straniera ha comportato nel lungo periodo un sostanziale raddoppio della volatilità rispetto all’acquisto di obbligazioni nella propria valuta. Non c’è alcun divieto di prendere dei rischi negli investimenti, l’importante è esserne pienamente consapevoli e spuntare un rendimento che li compensi. Oggi il ritorno atteso dei bond a 10 anni della Confederazione è dello 0,8% annuo (un punto sotto il bund tedesco), un tasso che non pare possa compensare a sufficienza il rischio valutario. Il che non esclude affatto che l’euro possa ripiombare verso la parità sul franco, facendo felici i molti che sono lunghi sulla carta della Confederazione. O corti sull’euro. 

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 15 aprile 2012

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