Dopo il crack di Atene, benvenuti nell'era della pirateria sovrana

di Marco Liera (*) - 08/04/2012

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Chiamatela, se volete, “pirateria sovrana”. La ristrutturazione del debito pubblico greco è stata imposta con svalutazioni che sfiorano l’80% anche agli investitori che non ne avevano accettato le intollerabili condizioni. In questi giorni questo trattamento per così dire poco ortodosso viene agitato come minaccia anche nei confronti dei possessori di bond greci regolamentati da leggi di Stati esteri o emessi da aziende  pubbliche con garanzia della Repubblica ellenica. Il 72%  dei detentori di questi bond ha aderito obtorto collo allo swap-capestro e la Grecia ha ulteriormente rinviato al 20 aprile la scadenza per il restante 28% di riottosi (i cosiddetti holdouts). I quali sperano di poter contare sulla giustizia di altri Paesi per ottenere dal Governo greco e dalle sue partecipate quanto contrattualmente previsto nei regolamenti di queste emissioni, in assenza di una approvazione specifica degli emendamenti proposti da Atene da parte di ciascuna assemblea di bonholders (approvazione a oggi pervenuta solo per una parte delle emissioni).

L’esito di questa partita a poker sarà un passaggio assai significativo per il futuro dei mercati finanziari e della tutela dei risparmi. Se la Grecia, spalleggiata da Ue e Fmi, arriverà a uno swap coattivo anche per i bondholder tutelati dalle leggi di altri Paesi che si rifiutano di aderire, saremo di fronte a un salto di qualità nella aggredibilità dei patrimoni privati da parte degli Stati sovrani sopraffatti dai debiti. A prescindere dal contenzioso che inevitabilmente si aprirà nei vari Tribunali, si affermerà il principio che gli Stati possono sottrarsi ad obblighi che hanno assunto su contratti disciplinati dalle leggi di altri Paesi.

E’ chiaro che di fronte alla drammaticità e alla pericolosità dell’alternativa, rappresentata da un default disordinato (per altro al momento scongiurato nel caso della Grecia), si possono sempre invocare rimedi estremi. Dopodiché occorre anche chiedersi quali potrebbero essere le conseguenze – forse irreparabili - sulla disponibilità degli investitori privati a continuare a finanziare i debiti sovrani. La sfiducia verso la solvibilità – e verso la lealtà – degli Stati si osserva già da tempo nella circostanza che i rendimenti di alcune emissioni private sono inferiori a quelli dei titoli pubblici di pari durata del Paese in cui risiede l’emittente. Siamo all’apparente paradosso che i capitali siano più protetti quando sono prestati alle imprese anzichè agli Stati che li ospitano.

Ma c’è un’insidia in più da non sottovalutare: se parliamo di pirateria, uno Stato in gravi difficoltà finanziarie potrebbe anche confiscare “legalmente” la liquidità di tante imprese floride che sono sottoposte alla sua giurisdizione. Più probabilmente, è difficile immaginare che in caso di default o quasi-default di uno Stato tutte le grandi aziende residenti in quel Paese possano sopravvivere senza imporre un costo ai propri creditori. 

Come decidere allora sui propri risparmi? La risposta tradizionale della diversificazione tra emittenti si rivela appropriata in scenari volatili e incerti, ma non necessariamente in quelli estremi. Quando un grande emittente pubblico arriva veramente sull’orlo del default (e purtroppo per via dell’interdipendenza dei mercati e delle economie non ci arriva mai da solo), non si capisce bene chi e soprattutto quale parte della ricchezza privata si possa salvare. Quando i debiti statali si espandono oltre il punto di non ritorno, è chiaro l’aggressione ai patrimoni diventa molto di più di un’eventualità. Gli anni di doloroso deleveraging pubblico che ci attendono minacciano vari forzieri in giro per il mondo. A partire da quelli più grandi, che danno più nell’occhio. Non stupisce che Apple abbia deciso di distribuire ai soci 45 miliardi di dollari di liquidità custoditi negli Usa. Nello Stato più indebitato del mondo, è prudente che le corporations non siano troppo ricche.

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore dell'8 aprile 2012

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