La diffidenza degli italiani verso le Borse non è irrazionale

di Marco Liera (*) - 26/02/2012

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La propensione degli italiani a investire in strumenti azionari è crollata drammaticamente negli ultimi 12 anni. Il fenomeno non è del tutto irrazionale. Da una parte una moltitudine di risparmiatori si è scoperta molto più avversa al rischio di quanto pensasse. Dall’altra, esiste una inevitabile ciclicità della propensione a investire in azioni, in parte oggettiva (condizionata, per esempio, dalle attese dominanti sulla crescita economica) e dall’altra soggettiva, e da mettere in relazione alle caratteristiche del capitale umano degli individui (che è pari all’attualizzazione dei redditi futuri). Un dipendente pubblico, che ha redditi tendenzialmente “sicuri” e crescenti in misura pari all’inflazione, potrà permettersi di restare investito in azioni anche in periodi in cui ciò è sconsigliabile a coloro (dipendenti privati, lavoratori autonomi e imprenditori) che invece hanno redditi decisamente correlati al ciclo economico. Per costoro, l’esposizione alle Borse potrebbe moltiplicare pericolosamente le probabilità di una riduzione drammatica del benessere causata da una recessione economica.

Gli italiani che si sono allontanati – con perdite – dall’investimento azionario farebbero bene a riscoprirlo? Credo che la maggior parte degli italiani non abbia le caratteristiche idonee per sostenere la rischiosità e le altre peculiarità dell’investimento azionario. Nemmeno quando il ciclo economico potrebbe suggerirlo (e attualmente, stante le attese di recessione per il 2012, sembra non suggerirlo). Oltre alla correlazione con il capitale umano di molti, occorre ricordare che investire in strumenti azionari richiede la disponibilità a sostenere costi informativi particolarmente elevati, che consistono nelle ore da dedicare allo studio degli strumenti e dei mercati. In alternativa, occorre essere disposti a sostenere i costi di una consulenza ad elevato valore aggiunto (non sempre disponibile!). Investendo in strumenti come conti di deposito, BoT e buoni postali indicizzati all’inflazione, invece, i risparmiatori non devono sostenere elevati costi informativi e tanto meno costi di consulenza.

Esiste altresì una quota di italiani che ha invece le caratteristiche idonee per  investire in strumenti azionari anche nella situazione attuale, ossia quando il premio al rischio atteso è alto per via delle aspettative di crescita negativa dell’economia. L’esperienza insegna che proprio in questi periodi il ritorno atteso dall’investimento in strumenti azionari può essere particolarmente elevato; proprio per via degli alti rischi. Ma da una parte non tutti sono in grado di fronteggiare questi rischi. Dall’altra, occorre evitare di illudersi che nel lungo periodo l’extra rendimento delle azioni rispetto ai BOT o ai T-Bills (il cosiddetto equity premium) sia destinato a replicare il 6-8% all’anno mostrato nei mercati più avanzati nel corso del ventesimo secolo. Questa compressione dell’equity premium futuro è ipotizzata da vari studi; per esempio, dal monumentale Yearbook del Credit Suisse basato sulla banca dati di Elroy Dimson, Paul Marsh e Bill Staunton della London Business School (l’edizione 2012 è uscita nelle scorse settimane). Secondo un modello proprietario disponibile su www.youinvest.org, emerge che nel lungo periodo l’equity premium di lungo periodo per le azioni italiane si avvicinerà al 5,3% all’anno, con un limite inferiore a 2,8 e un limite superiore a 7,8%. Negli Usa siamo al 2,4%, con un limite inferiore a zero. Un equity premium atteso del 3% sembra comunque realistico e di per sé giustificherebbe una esposizione all’investimento azionario. Per quei non molti che se lo possono permettere.

(*) pubblicato sul Sole-24 Ore del 26 febbraio 2012

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