Benetton e le altre, disfatte di lungo periodo

di Marco Liera (*) - 05/02/2012

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“A ruba le azioni di Benetton Group”. A confronto delle celebrazioni con le quali i giornali del 1986 accolsero l’ingresso in Borsa del gruppo di Ponzano Veneto, l’Opa per il delisting annunciata in settimana suona come un mesto addio.  Quattro euro e 65 (rettificati per effetto delle successive operazioni sul capitale) pagarono in lire gli entusiasti sottoscrittori di 26 anni fa, quattro euro e sei incassano ora gli azionisti di minoranza (a meno di sperati ritocchi al rialzo). Ovviamente in termini reali le due cifre non sono confrontabili, dato che nel frattempo l’inflazione ha eroso il 56% del potere d’acquisto.

Dal punto di vista della corporate finance, l’operazione è stata un grande affare. E’ come se il gruppo che fa capo ad Edizione si fosse finanziato nel 1986 emettendo un “bond” a tasso zero (senza tener conto dei dividendi) da 65 milioni di euro (l’importo del collocamento azionario), con scadenza 2012. E dal punto di vista degli investitori? E’stato l’ennesimo esempio di “tosatura” dei risparmiatori secondo alcuni. Una ulteriore smentita del mito della superiorità delle azioni nel “lungo periodo” secondo altri.

Il prezzo che è crollato in termini reali in 26 anni è imputabile in primo luogo alle differenti aspettative di crescita: clamorosamente ottimistiche nel 1986, drammaticamente modeste oggi. La Borsa è così, non ama le mezze misure. Si pensi che il titolo collocato a 10.300 lire il 25 giugno 1986, era già schizzato a 17.280 lire il 28 luglio, giorno del glorioso debutto in Borsa. Per chi avesse comprato il titolo in quella data (caso non raro, visto che in sede di Ipo la domanda era stata pari a 10-12 volte l’offerta) e l’avesse tenuto fino all’Opa del 2012, la perdita nominale sarebbe stata pari al -43%. Tenuto conto dei dividendi reinvestiti (total return), avrebbe potuto spuntare un ritorno complessivo del 39,4%, pari a un misero 1,31% annualizzato.

Benetton è in buona – o meglio, peggiore – compagnia. Tra i titoli industriali quotati ininterrottamente a Piazza Affari dal luglio 1986 (fonte: elaborazioni dell’Ufficio Studi del Sole-24 Ore su dati Datastream) ce ne sono altri quattro che hanno fatto perdere soldi ai loro azionisti in termini nominali, anche in modo abissale: Olivetti-Telecom Italia (-94,3% price only, -89,8% total return); Finmeccanica (-89,2 e -81,4%), Fiat-Fiat Auto (-73,3% e -58,8%), Pirelli (-27,6 e +36,8%). D’altra parte, Saipem ha reso il 12,2% annualizzato total return, Recordati l’11,5%, Danieli il 9,8%, L’Espresso il 7%. Tutti sopra l’inflazione media del periodo considerato (4,8%). Sotto stanno Buzzi Unicem (4,6%) e Italcementi (2,5%). Mediamente le azioni italiane non sono state esaltanti: l’indice Comit Performance ha reso il 3,4% annualizzato.

Quest’ultimo potrebbe essere il vero dato che smonta la superiorità delle azioni nel lungo periodo. Se non fosse che è riferito alla Borsa di un singolo Paese, caratterizzato nell’ultimo decennio da crescita economica anemica, e dalle prospettive non entusiasmanti. Da una parte a livello internazionale è andata meglio. Dall’altra, la congiuntura negativa domestica non ha impedito ad alcune imprese industriali quotate -  vuoi per l’andamento specifico del settore di appartenenza, vuoi per  la qualità del management – di dare ottimi ritorni di lungo periodo.

Credo che fare il “cassettista” sia più o meno rischioso come praticare un trading forsennato. Forse qualcuno riteneva che fosse più adatto ai risparmiatori “tranquilli”. Così non è, e probabilmente non è stato neppure in passato. Forse è meno difficile trovare azioni valide ai fini del buy-and-hold (comprare-e-mantenere) che non dotarsi di una strategia vincente di trading. Ma è meglio non illudersi. Da qualsiasi parte lo si giri, l’investimento in azioni (e pure quello in Etf e fondi azionari) è destinato solamente a chi è pronto a perdere molti soldi. Anche dopo 26 anni.

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