I risparmi? Per ora restano in banca

di Marco Liera (*) - 22/01/2012

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Fuga dai depositi bancari? Per il momento c’è stata solamente in Grecia, mentre le banche degli altri Paesi - tutte a caccia di liquidità e in fuga dai rischi – hanno conservato la fiducia dei clienti. La grande crisi dei debiti sovrani e il reiterato declassamento del merito di credito di Stati e banche europee non ha spinto i risparmiatori a ritirare in massa i propri attivi dagli sportelli. Con l’unica eccezione appunto della Grecia, dove nel giro di due anni si è registrata un’emorragia dai depositi di 54 miliardi di euro. In Italia, in base ai dati Abi aggiornati a fine dicembre 2011, il totale della raccolta bancaria (depositi più obbligazioni) ammonta a 2.219 miliardi di euro, in crescita dell’1,5% su base annua. Però resta il fatto che negli ultimi mesi la crescita dei depositi bancari da clientela residente è stata molto più contenuta rispetto ai ritmi del 7-9% su base annua registrati fino a tutto il 2010, diventando negativa a partire da novembre (-2,1% a dicembre). I clienti esteri mostrano invece veri e propri segni di cedimento: i depositi presso le banche italiane a loro ascrivibili sono 419 miliardi, in contrazione del’5,5% a un anno. 

Nei Paesi rimasti con la tripla A la situazione è migliore, ma questo ovviamente non deve sorprendere. Nel Regno Unito in un anno i depositi retail sono cresciuti del 2,3% (dato aggiornato a novembre). In Germania addirittura del 7,5% (dato annualizzato riferito al terzo trimestre 2011 per i soli depositi a breve termine). Si tratta di dati spesso non confrontabili, che però danno l’idea di un comportamento dei risparmiatori per niente scomposto.  Certo non di un mondo nel panico o bisognoso di attingere al suo patrimonio per sopravvivere. Può darsi, certo, che ci sia una sana rassegnazione rispetto al fatto che in uno scenario Armageddon (default di un grande Paese dell’eurozona come l’Italia) molto probabilmente non si salverebbero neppure i risparmi sotto il materasso. Quindi, tanto vale lasciarli nelle banche.

Le quali, in Italia, stanno spingendo l’acceleratore sulla raccolta obbligazionaria, che nel 2011 è cresciuta del 7,8%; e che invece stanno progressivamente abbandonando i pronti contro termine (-35,4% a un anno), che dal 1° gennaio 2012 non sono più avvantaggiati fiscalmente rispetto ai depositi bancari.  D’altra parte, le obbligazioni bancarie, sempre a partire dal 1° gennaio, hanno perso appeal fiscale rispetto ai titoli di Stato, perché l’aliquota sui loro rendimenti è passata dal 12,5 al 20%. Sembra quindi un paradosso la crescita in controtendenza delle obbligazioni, se non fosse che in finanza i comportamenti sono determinati, molto più spesso che in altri campi, da distorsioni cognitive. Per essere convenienti dal punto di vista degli investitori, le obbligazioni bancarie dovrebbero offrire all’emissione un rendimento lordo sensibilmente più alto di quello dei titoli di Stato di pari durata per compensare la maggiore rischiosità, la minore liquidità, i più elevati costi informativi (i bond bancari sono collocati con prospetto a differenza di BTp & c.) e il peggiore  trattamento fiscale. Una concorrenza meno distorta si è instaurata invece nei depositi bancari, semplici e confrontabili, che nelle ultimissime settimane, come ricordato in questa rubrica domenica scorsa, hanno beneficiato del crollo dei rendimenti dei tradizionali concorrenti, i BoT. Depositi che, a differenza delle obbligazioni, sono anche garantiti dal Fondo Interbancario (Fitd).

(*) Pubblicato sul Sole-24 Ore del 22 gennaio

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