Far fallire la Grecia? Salvarla costa meno

di di Marco Liera - 11/01/2012

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“La Grecia fallirà”, questa è la previsione che abbiamo ossessivamente sentito in questi mesi da parte di guru veri o presunti. Beh, credo che la Grecia sia già fallita nei fatti, nel senso che non potrebbe mantenere la sua solvibilità oggi senza gli aiuti che sta ricevendo da mesi in base agli accordi con Unione Europea e Fondo monetario internazionale. Ma c’è una ragione di fondo per la quale fino a oggi si è ritenuto meno costoso aiutare la Repubblica Ellenica anziché lasciarla al suo destino. Nonostante gli inviti a un “default controllato” da parte di investment banker ingolositi dalle commissioni che una ristrutturazione di tutto il debito garantirebbe, nessuno ha la minima certezza sulle conseguenze telluriche che potrebbe scatenare un’insolvenza conclamata di un Paese sovrano dell’area euro. Non è noto fino a dove potrebbe spingersi l’onda lunga del fallimento propagandosi sotto traccia nell’opaco mercato dei credit default swap. Non è chiaro quali potrebbero essere le conseguenze sui costi del debito pubblico e quindi sulla solvibilità di altri Paesi periferici, in primis il Portogallo, ma anche la Spagna e l’Italia, visto che con il default conclamato della Grecia si creerebbe un precedente che definire pericoloso è un eufemismo. Quindi esistono ragioni fondate per le quali la Grecia fino a oggi non è stata fatta fallire, anche scontando un doloroso haircut “volontario” di almeno il 50% da parte delle banche esposte verso la Repubblica. Che però è attesa dall’ennesimo e forse decisivo test.
Le difficoltà del Governo greco a perseguire la durissima politica di austerità che è la precondizione per la concessione di nuovi aiuti dal Fmi mettono in forse l’esito della prossima missione della troika (Fmi-Ue- BCE) che arriverà ad Atene il 15 gennaio. La tentazione di gettare la spugna è forte, ma per cercare di capire se veramente non c’è più speranza per la Grecia sono andato a vedere gli ultimi report ufficiali della Bank of Greece. Ora, sappiamo che in passato i greci si sono distinti – oltre che per il fatto di vivere al di sopra dei propri mezzi - per la capacità di manipolare i propri dati macroeconomici, con la nobile assistenza di Goldman Sachs. E quindi il tema è delicato. C’è da sperare che negli ultimi tempi il controllo sull’attendibilità di questi dati, grazie all’ingresso in campo della troika, siano diventati strettissimi.
E’ vero che la Grecia ha fallito gli obiettivi di risanamento che si era posta per il 2010-2011, e questo pesa enormemente sulla decisione di toglierle l’ossigeno o continuare a somministrarglielo. Ma le dimensioni dello scostamento dal budget sono veramente modeste. A fine 2010 era previsto per quell’anno un deficit di 19,5 miliardi di euro (al lordo della spesa per interessi) e uno di 18 per il 2011. In base agli ultimi dati, il deficit del 2010 è stato invece pari a 21,5 e quello del 2011 è previsto a 21,7. In totale, fanno 5,7 miliardi di scostamento. Peanuts, noccioline, verrebbe da dire. Anche perché gli obiettivi di contenimento della spesa per il 2011 sembrano essere stati centrati. Lo scostamento è dovuto prevalentemente alla spesa per interessi e al gettito fiscale inferiore alle previsioni per via del colossale rallentamento dell’economia.
Le dimensioni di questa frenata sono da brivido: la spesa per abbigliamento è crollata del 50% rispetto a sei anni fa. In sostanza un negozio di abbigliamento su due ha chiuso. Le immatricolazioni di auto sono passate dalle 26.000/mese del 2007 alle attuali 8.000/mese. Le costruzioni sono affondate del 73%, le compravendite immobiliari del 78%. C’è qualche timido segnale positivo solo sul fronte del turismo e dell’export (per altro la Grecia resta in uno strutturale deficit commerciale). E’ da spiegare però come mai resti alto lo spending della Difesa, con le aziende tedesche fra le principali beneficiarie (e questa sarebbe forse una buona ragione per indurre la Germania a non fare troppo la voce grossa).
In ogni caso, si tratta della più drammatica riduzione di benessere di un Paese europeo in tempo di pace. Anche questa è un’esperienza senza precedenti. Non è noto quanto possa reggere un Paese in queste condizioni. Gli stessi greci potrebbero essere tentati a gettare per primi la spugna, tornando alla dracma (anche se queste retromarce come è noto non sono previste dai trattati che regolano la moneta unica). In quel caso, il danno che subirebbero sarebbe ancora maggiore di quello attuale, come evidenziato da uno studio di Ubs dello scorso settembre.
Ma il punto finale che vorrei esporre è proprio questo: nessuno avrebbe vantaggi dal fallimento della Grecia. Non i greci, non gli europei (tedeschi in primis), non le banche. Tranne le investment bank pronte a sedersi al banchetto della ristrutturazione di un debito di 370 miliardi. D’altra parte, il costo del salvataggio della Grecia, in presenza del mantenimento di una politica di austerity e di privatizzazioni severa ma compatibile con la tenuta dell’ordine pubblico, sembra essere relativamente ridotto rispetto alle proporzioni dell’Unione Europea e soprattutto rispetto alle dimensioni delle voragini che si aprirebbero nella moneta unica. L’esperienza di Lehman Brothers (un default di 600 miliardi di dollari) dovrebbe insegnare che le conseguenze di eventi come questi non sono affatto prevedibili ex-ante.    

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